UN GHIRO, UNA BICI, UN LETTO DI NUVOLE
Regali e prestiti tra immaginario infantile e teatro
  A cura di Mafra Gagliardi e Fabio Naggi, Marsilio Editore, Venezia 2004
Indice
L'Osservatorio dell'Immaginario - F. Naggi
La cultura dell'infanzia: l'indagine <<regalo di compleanno>>
I giardini dell'immaginario - M. Gagliardi
Il dono, tra essere e avere - M. Gagliardi
Regali e merci - P. Landi
Il silenzio delle cose - P. Mastrocola
Compleanno a tutti i costi? - F. Antonioli
Maestra hai scritto tutto quello che ho detto? - M. R.. Mortella
Un carrello pieno di.... - E. Miglietti
La cultura per l'infanzia: l'esperienza del teatro ragazzi
Laboratorio teatrale e immaginario bambino: una scelta di campo - M. Bricco
Dai bambini ai bambini. Cronaca dell'allestimento dello spettacolo Tanti Auguri - S. Antonelli
Appendice
Tanti Auguri - S. Antonelli
Sul teatro di varietà - G. R. Morteo

Il dono, tra essere e avere
di Mafra Gagliardi

"Il dono sta al mercato
come la festa sta alla vita quotidiana
il lusso all’utile
il sacro al profano
la prostituta alla sposa" .


Forse è proprio nell’alone ambiguo e seducente di queste immagini create da un antropologo (1), che si può cercare il senso profondo del dono e della sua pregnanza nell’area nell’immaginario. Gli antropologi, si sa, studiano le culture primitive. Ma molte forme di pensiero delle comunità arcaiche corrispondono a "itinerari tracciati una volta per tutte nella struttura innata dello spirito umano e nella storia particolare e irreversibile degli individui e dei gruppi" (2). Sono ancora vive, dunque, magari a livello inconscio — nella mentalità contemporanea, in particolare in quella infantile, soprattutto ai più bassi livelli d’età
Qual è dunque l’accezione primaria di dono?
E’ qualcosa che appartiene all’ordine delle forze primordiali e naturali che l’uomo ha sempre vissuto come sacre. Il Sacro in semitico, greco, latino è definito come eccesso, eccedente, troppo: si esprime donando perché possiede energie in eccesso. Gli è propria dunque l’abbondanza, l’eccedenza, la dismisura. O meglio, come sostiene Starobinski,(3) la larghezza: alla sua area semantica appartiene la largitio, da cui deriva elargizione. Ma del suo carattere sacro è propria anche l’ambivalenza : che si traduce nella dualità semantica del tedesco Gift che significa contemporaneamente dono e veleno; analogo al greco dosis che vuol dire "atto del donare", anche dose di veleno mortale.
Questa "larghezza" originaria si ritrova nel potlacht, il dono rituale che caratterizzava le società primitive, in particolare quelle melanesiane studiate da Mauss. Potlacht significa esagerazione, sovrabbondanza, spreco: con cui il donatore tendeva a dimostrare liberalità e grandezza ai suoi destinatari. Che dovevano provarle a loro volta, mediante la restituzione. Si tratta di un fatto sociale totale, che serve a cementare la società in modo magico, a "nutrire" il rapporto tra partners in forma diversa da quello mercantile, in cui ogni scambio è finalizzato al conseguimento dell’utile e regolato da norme precise relative al valore delle merci scambiate. Nel dono quello che prevale piuttosto è il valore della relazione, del legame tra individuo e individuo o tra clan. La vita tribale della società primitiva è un perpetuo dare e ricevere; è come attraversata da una corrente ininterrotta e rivolta in ogni direzione di doni offerti, ricevuti, ricambiati, obbligatoriamente o per interesse, per ostentare grandezza o compensare servizi, a titolo di sfida e in pegno….Il dono contiene infatti implicita la fiducia che il destinatario offrirà un suo contro-dono: per cui secondo gli studiosi non si potrebbe parlare di una sua assoluta gratuità. C’è l’obbligo di restituire, ma modi e tempi non sono rigidi, né sanzionabili per legge: la restituzione si attua in regime di libertà.
A livello psicologico, la psicanalisi mette l’accento sul fatto che tutto quanto attiene al "prendere" e al "ricevere" ha a che fare sul piano simbolico con l’oralità, con la fame primordiale che sconfina nell’ingordigia, e che non può venire completamente soddisfatta se non con il ritorno alla totalità della vita intrauterina, cioè nell’assoluta unità con la madre. C’è una richiesta illimitata d’amore alla base di ogni richiesta di doni: l’oggetto desiderato non è che una metafora, o meglio una metonimia, una parte per il tutto.
Dunque, nel gesto lieve, talora distratto, del porgere e ricevere un dono è sotteso un mondo di significati e di simboli che spesso ci sfuggono: ma di cui è possibile cogliere tracce e risonanze nell’immaginario infantile.


Modalità della ricerca

Questo capitolo della ricerca - a cui ha efficacemente collaborato Fabio Naggi - si occupa dei bambini fra i tre e i sei anni: una fascia d’età non ancora totalmente addomesticata dalle regole della società dei consumi, e vicina, piuttosto, allo stadio aurorale della vita psichica. Perciò tanto più interessante.
Il questionario destinato ai bimbi della scuola dell’Infanzia e della I° Elementare era un foglio a quattro facciate che conteneva le seguenti richieste :
- Disegna ( o scrivi) gli ultimi regali che hai ricevuto.
- Qual era il più bello?
- Qual è il nuovo regalo che adesso desideri tanto?
- C’è una volta in cui sei stato veramente felice?
La quarta pagina era riservata al disegno. Data l’età dei destinatari, abbiamo ritenuto che quella grafica fosse un’espressione particolarmente congeniale, in grado di accompagnare la nascente scrittura o più spesso di sostituirla: valutabile appunto in questa chiave e non secondo criteri estetici.
Le risposte scritte vere e proprie ovviamente sono state compilate solo dai bambini di sei anni, che già padroneggiano la scrittura. Per quelli più piccoli, si è chiesto alle maestre di trascrivere le risposte orali dei bambini. Infatti, come si vedrà, i testi conservano tutte le componenti dell’oralità: iterazioni, incertezze e una costruzione sintattica prevalentemente ispirata alla paratassi. Un grazie vivissimo va alle maestre: senza la loro mediazione attenta, rispettosa e paziente, questa ricerca non avrebbe potuto svolgersi.
Il questionario è stato distribuito nelle scuole dell’Infanzia e nelle classi prime delle Elementari di Leinì (Torino), Alessandria, Jesi e Potenza, per un totale di 321 bambini.
Nelle citazioni dei testi, i nomi dei bambini non corrispondono quelli reali, per rispetto della privacy.
Il numero che compare tra parentesi dopo il nome si riferisce all’età dell’autore, segue la località di provenienza..


Doni rituali

Le caratteristiche di abbondanza, eccesso, dismisura proprie della natura primaria del dono si manifestano chiaramente in due situazioni cariche di ritualità : Natale e Compleanno. Tutti i bambini le mettono al primo posto tra quelle deputate all’elargizione di regali..
Partiamo da Babbo Natale. Il mitico personaggio con la gerla ricolma di doni ha completamente spodestato quel Gesù Bambino che dominava nell’infanzia delle generazione passate. Anche il presepio non viene più citato. Al suo posto un’icona scintillante: l’albero di Natale, ai cui piedi si ammucchiano pacchetti luccicanti. Mutato il donatore, è rimasta intatta la tradizione del dono. Per la grande maggioranza dei bambini, sembra valere addirittura l’equazione: regalo uguale a Babbo Natale. Lo si nota anche a livello lessicale, perché nei testi infantili il "regalare" viene attribuito prevalentemente a Babbo Natale; i genitori piuttosto "portano i doni", li " comprano, li "fanno trovare" , li "danno".
"Un regalo è che lo fa Babbo Natale, perché Babbo Natale porta sempre i regali a chi fanno i bravi, quando scende la neve viene Babbo Natale"(Marco, 5 anni, Leinì): da notare l’insistenza sull’identità del donatore il cui nome ricorre tre volte in due righe. Più perentoria la definizione di Sara: "I regali sono quelli di Babbo Natale" (5 anni, Leinì).
Nella sezione B (gialla) della scuola dell’ Infanzia di Leinì la maestra, per introdurre la conversazione sul tema, fa trovare al centro dell’aula un grande pacco avvolto in carta regalo e ben infiocchettato che suscita naturalmente molta curiosità sulla sua provenienza. Unanimemente i bambini decidono che è un dono di Babbo Natale. La Maestra fa notare che non si è in periodo natalizio e che dunque è poco probabile che sia lui il donatore.
Ma i bambini non si lasciano convincere e, contro ogni evidenza, insistono sulla loro tesi.
Forse Babbo Natale ha aprito la finestra piano pianino e ce l’ha portato.
Quando era notte, è venuto Babbo Natale…quando eravamo in casa.
Non ci siamo accorti.
Non l’ho visto…è scappato subito, ecc.
Alla domanda: Qual è il nuovo regalo che desideri tanto? Davide, 6 anni, risponde: "Da Babbo Natale" ( interpreto "qualcosa che venga da Babbo Natale"). Gli fa eco Lucia di 4 anni e 9mesi di Potenza:"Vorrei un regalo da Babbo Natale, una sorpresa". All’altra domanda: "Secondo te, dove si comprano i regali che ti fanno?" La risposta è ancora, con un’audace sintesi sintattica: "Babbo Natale". Sembra che ci sia il rifiuto di pensare a una trattativa commerciale: il magico donatore si muove in un’altra dimensione.
Guido, quattro anni (PZ) racconta: "Ha detto mia zia che quando viene Natale mi compra un gorilla grande. Io ho solo il gorilla piccolo e ora voglio pure il gorilla grande. Devo aspettare Natale, quando io dormirò e viene tutta la neve e quando farà buio verrà Babbo Natale e mi porterà il gorilla". Che possa essere la zia a comprare il giocattolo è irrilevante : il dono è veramente tale quando a portarlo sarà Babbo Natale, nella cornice fiabesca (la notte, la neve) che gli è peculiare.
In definitiva, Natale può coincidere con la felicità: : "Sono stato felicissimo a Natale"(Sergio, 6 anni, Leinì.); "Sono felice quando arriva Babbo Natale che mi porta i regali" (Mirco, 3 anni, PZ);
"Sono felice la mattina di Natale, dopo che è passato Babbo Natale, perché sotto l’albero se so’ stato buono ci trovo tanti regali. Io ce li trovo e pure tanti perché sono bravo" (Antonio, 4 anni e 8 mesi, Jesi)
Talvolta basta l’attesa : "Io sono felice quando o visto l’albero". (Giulia, 6 anni, Leinì)
Babbo Natale è vestito di rosso scarlatto, è un re. Il suo abbigliamento (barba, stivali, pelliccia) evoca l’inverno.Lo si chiama Babbo, ma è un vecchio: incarna la forma benevola dell’autorità degli anziani. Appare come la divinità di una categoria della nostra società - l’infanzia - che la credenza in Babbo Natale basta a contraddistinguere. E’ dunque l’espressione di uno statuto differenziale che distingue i bambini dagli adolescenti e dagli adulti, probabilmente connesso a una sociologia iniziatica(4). Dietro di lui si profilano tante immagini simmetriche che vanno indietro nel tempo: Jukebox, demone cornuto dell’area scandinava, che porta doni ai bambini dal mondo sotterraneo; S.Nicola che risuscita i bambini morti e li colma di regali; le katchina degli Indiani Pueblo, anime di bambini precocemente morti che tornano sulla terra per portarsi via i bambini vivi. Per placarli, gli Indiani li rappresentano con maschere e danze e distribuiscono ai piccoli doni e dolciumi. Tra tutti questi precursori di Babbo Natale corrono delle analogie, o meglio si intrecciano dei nodi simbolici, imperniati sul rapporto con la morte, con l’infanzia e con l’elargizione di doni; e sembrano collegarsi con i Saturnali, l’antica festa delle "larvae", cioè dei morti di morte violenta o lasciati senza sepoltura, che dava vita alla "libertas decembris" di cui parla Orazio. Il nostro Babbo Natale, in particolare, appare come l’omologo benigno del vecchio Saturno dell’età dell’oro, rappresentazione della Fortuna in quanto generosità illimitata: la sua gerla ricolma di doni sostituisce il mitico corno dell’abbondanza. Collegare i riti natalizi ai Saturnali significa non solo collegare, insieme alle vestigia storiche, "forme di pensiero e di comportamento che dipendono dalle condizioni più generali della vita in società" (5).

Alla base di queste forme di pensiero sta la paura ancestrale del ritorno dei morti, del loro atteggiamento minaccioso e persecutorio nei confronti dei vivi, e quindi del tentativo — da parte di questi ultimi - di placarli con doni e servigi per persuaderli ad andarsene, lasciandoli in pace fino all’anno successivo. I bambini (i non iniziati, gli "altri" per eccellenza ) rappresenterebbero in questo contesto le anime dei morti che devono essere placati con doni e offerte: e questo avviene intorno al solstizio d’inverno, quando le tenebre della notte, che sovrastano la luce dei giorno, appaiono più propizie al passaggio delle temibili presenze ultraterrene. Probabilmente un analogo movimento rituale è presente nella festa di Hallowen, recentemente diffusa anche da noi, che risponde alla stessa dialettica: per cui i bambini si travestono da morti per spaventare i vivi, ottenendone in cambio dolci e piccole offerte.
Quale che sia l’origine della tradizione, è interessante osservarla anche dal punto di vista adulto. Se a Natale colmiamo i nostri figli di regali, ciò può essere dovuto all’influenza perversa del consumismo imperante. Ma potrebbe essere che (come suggerisce Lévy Strauss) a livello profondo, sussista in noi il desiderio di reagire all’immagine della morte con tutto ciò che rappresenta per noi oggi (privazione, aridità, impoverimento) con il suo contrario, cioè con abbondanza, larghezza, generosità incontrollata. "La credenza, che manteniamo nei nostri bambini, secondo cui i loro giocattoli provengono dall’ al di là , procura un alibi al segreto impulso che ci induce, in realtà a offrirli all’al di là con il pretesto di darli ai bambini. In tale veste, i regali natalizi restano un vero e proprio sacrificio alla dolcezza del vivere, la quale consiste, in primo luogo, nel non morire" (6).

L’altra occasione canonica di offerta di doni è la festa di compleanno. E’ ancora un rito di passaggio, una calendarizzazione del tempo, in cui il bambino si sente il re di una situazione rituale.
La piccola Sara (3 anni e 9 mesi) della scuola comunale di via Adriatico (Potenza) si disegna significativamente al centro di una colossale torta di compleanno fitta di candeline che la circonda come una corona. "Sono felice alla festa del compleanno mio perché mi regala tutti le cose" dice Francesco, 5 anni, Jesi). E Gabriele (5 anni e 4 mesi, PZ): "Io sono stato felice quando ho fatto il compleanno e ho lanciato una stella filante. Il mio fratellino mi aveva regalato un secchio sputa-palle, io mettevo le palle dentro al secchio, e il secchio le sputava fuori…Io ero felice che mamma mi aveva fatto una bella torta con il cioccolato e la panna, e io ho spento le candeline mentre facevo filare la stella filante…".
Più spesso l’accento viene messo sul rituale che accompagna i doni: l’immersione nel gruppo, la gioia condivisa, un comune stato d’animo di eccitazione: "Sono stato felice al compleanno mio, perché c’era tutti i compagni miei che mi faceva la festa" dichiara Roberto, 5 anni, Jesi.
C’è la consuetudine che il festeggiato, che viene colmato di doni dagli invitati, faccia a sua volta a ciascuno di loro un piccolo contro-dono. In questo regime di scambio amichevole, partecipare al compleanno altrui può essere piacevole quanto festeggiare il proprio. Racconta un bambino di 5 anni da Potenza: "Sono stato felice quando sono venuti i compagni della scuola tutti alla mia festa che ho spento cinque candeline, mi hanno portato tanti regali e io poi ho regalato a loro i palloncini".
"Sono stato felice quando sono andato alla festa di Claudio, gli ho portato un regalo e c’era Marco e Niccolò e c’erano i palloncini. Ho giocato tanto a tirare i palloncini ed ero felice, solo che gli altri bambini lo hanno scoppiato e io dicevo no, perché erano belli così gonfi" (Vittorio, 3 anni e 1 mese, PZ).
Nicola (6 anni, AL): "Sono stato felice al mio compleanno dell’anno scorso in campagna, perché facevo il girotondo intorno all’albero, mi arrampicavo, facevo pasticci con i miei amici e sono andato nella casa nuova dove non si può andare." Qui addirittura manca ogni riferimento ai regali e viene valorizzato piuttosto il piacere della trasgressione collegato alla festa.


Dimmi che mi vuoi bene

Naturalmente i bambini ricevono doni anche al di fuori delle ricorrenze canoniche, nelle occasioni più disparate e anche senza nessuna motivazione particolare.
E’ singolare che nella quasi totalità dei testi la descrizione del dono ricevuto sia preceduta dalla citazione del nome del donatore: in genere mamma o papà, qualche volta gli zii, i nonni,oppure gli amici.
Collegare il regalo a chi ne è l’autore non è privo di significato. Il bambino prova piacere per il dono in sè, oppure per il fatto che proviene da una persona cara? L’una cosa e l’altra, probabilmente Ma la lettura complessiva dei testi starebbe a testimoniare che è l’identità del donatore a infondere valore al dono. Poiché in questa fascia d’età l’animismo è molto diffuso, il dono viene vissuto non come elemento inerte, ma come qualcosa che incorpora in sé lo spirito del donatore, talvolta è addirittura un suo sostituto, in ogni caso un pegno significativo del suo amore .
Un bambino di sette anni di Alessandria ha fatto un disegno straordinario.Ha disegnato una donna e un bambino, pochi tratti rapidi a matita. Il bambino si rivolge alla donna e le dice: "mamma" (le lettere sono tracciate nell’ordine con cui escono dalla bocca, in questo caso da destra verso sinistra).La donna - una traccia di sorriso sul volto - risponde: "Sì." Nient’altro. Qui il dono come oggetto non esiste nemmeno. C’e solo la persona, la mamma, che può farlo, che forse lo farà. Ma ciò che conta è il suo assenso totale, incondizionato. La conferma della sua presenza essenziale.
Un’altra indicazione in questo senso proviene da un bambino di Alessandria afferma: "Sono stato felice quando la mamma non aveva soldi e mi ha comprato una palla da canestro". Dunque, è il gesto della mamma ad avere un valore immenso, più che il dono in sé. E l’acutezza dell’osservazione stupisce in un bambino di appena quattro anni (Nicola, PZ).
In un altro disegno, un papà porge a un bambino l’album per figurine, e la didascalia specifica che ha fatto questo dono a suo figlio perché " era stato bravo tutto il giorno". Il dono cioè ha valore come premio, in quanto esprime l’approvazione paterna.
E’ importante che il papà mantenga la promessa , come dice Diego, 6 anni, PZ:"Mio padre mi aveva promesso che mi avrebbe comperato la bey blade. Io l’ho aperta e mi sono messo subito a provarla e a farla girare. Ero molto felice, perché papà aveva mantenuto la promessa e mi aveva fatto un bel regalo".
E ancora: un altro bambino di 6 anni di Leinì, che dichiara la sua gioia per aver ricevuto le macchinine dalla mamma, la disegna mentre dice in fumetto: "Va bene, amore?" Le parole affettuose sono rimaste scolpite nella memoria del bambino come parte integrante dello stesso dono
E ancora: "Mi è piaciuto l’elicottero dei carabinieri e quello della polizia, perché me li ha comprati papà" (Sergio, 5 anni, Jesi).
Anche in questo caso però possiamo spostare per un attimo il punto di vista dal destinatario al donatore e chiederci: perché l’adulto fa tanti regali al bambino nel corso dell’anno? Abbiamo visto che il dono, secondo la sua definizione antropologica, non è del tutto gratuito, postula sempre un contraccambio. Dunque il genitore si aspetta qualcosa in risposta al dono che fa. Che cosa? L’ap/pagamento personale, costituito dal fatto di procurare gioia al proprio figlio, la possibilità di migliorare la relazione genitore/bambino, di suscitare gratitudine. Ma probabilmente a livello inconscio è presente anche un’altra motivazione: "Mi ricambierai con la buona condotta"; e, forse, soprattutto per quello che riguarda i nuovi giocattoli elettronici: "Mi ricambierai con la capacità di giocare da solo, lasciandomi in pace" (7). In questo caso saremmo di fronte a un grande malinteso perché, come si è visto nelle risposte citate, il bambino cerca nel regalo proprio l’opposto : la testimonianza dell’attenzione, dell’affetto dei genitori e della loro disponibilità a giocare con lui. Se queste vengono a mancare, l’oggetto in sé non riesce a colmarne la mancanza.


Oh quanti bei regali, madama Doré

Quanti e quali regali ricevono i bambini nel corso dell’anno?
Molti, a quanto pare. Forse troppi. Stando alle risposte dei bambini, tutti sottostanno comunque alla stessa regola generale: l’importanza fondamentale della confezione. La sostanza viva che è nella natura del dono richiede un rituale di progressivo svelamento: occorre tagliare i nastri, svolgere la carta, infine aprire il pacco. Importanza insostituibile della carta da regalo! La confezione prolunga l’attesa e garantisce la sorpresa: il senso del dono è custodito nel suo involucro.
Richiesti di dare una definizione di regalo, i bambini della scuola dell’Infanzia di Leinì (sezione C, rosa) rispondono: "un regalo…si snoda"; "si mette la carta e poi si fa un nodino"; "un regalo si apre".
La maestra chiede di disegnare gli ultimi regali ricevuti, un bambino di quattro anni propone : "Posso disegnarli incartati?" La maestra lo esorta a disegnare l’oggetto nella sua concretezza. Ma il bambino non desiste e disegna prima il pacco-dono e poi l’oggetto in esso contenuto.
Esistono dei criteri per la valutazione dei regali. Anzitutto, la quantità. E’ bello avere "tanti" regali. Al concetto di abbondanza proprio del dono nella sua accezione primaria, si sovrappone la spinta al collezionismo attuata dalla contemporanea produzione di giocattoli: ogni pupazzo, ogni bambola, ogni personaggio è destinato a riprodursi con leggere varianti, in molti esemplari affini,oppure a circondarsi di un suo mondo sovrapopolato di gagdet.
Un altro criterio è quello della grandezza: se il bambino cresce ogni anno, il giocattolo già posseduto diventa piccolo. Quindi, ne viene richiesto uno nuovo, dello stesso tipo, ma di proporzioni maggiori. Chi ha già ricevuto un piccolo dinosauro, ora vorrebbe "un dinosauro lungo" (Sergio, 4 anni, Leinì); chi possiede una Ferrari, ora ne vorrebbe una "un po’ più grande, no una macchinetta piccola"(Riccardo, 5 anni, Jesi). Se il regalo più bello è stato un gorilla, ora si attende "quello più grande". Maurizio che ha già ricevuto un biliardino, ora desidera "un biliardino grande con le manovelle", ecc.
C’è da osservare però che la scala di valore dei bambini non coincide affatto con quella degli adulti, calibrata sul prezzo: non è il costo di un giocattolo a renderlo prezioso.
Molti bambini, ad esempio, esprimono un grande entusiasmo per regali modesti come un palloncino, un pacchetto di figurine, una scatola di pongo colorato. Un momento di felicità è stato per Oscar (4 anni, Leinì) quello in cui " la mamma gli ha regalato un palloncino"; e per Fabio (4 anni, Pz) quando la mamma lo ha accompagnato a comprare lo zucchero filato.
Vengono infatti accompagnati da espressioni di grande gradimento anche i piccoli regali commestibili, come "la cioccolata fondente", "le caramelle gelatine che me piace tantissimo", "gli ovetti di cioccolato", le semplici caramelle . Biagio di Potenza (3 anni e 4 mesi) cita una " caramella a molla …papà mio ogni giorno mi regala la caramella a molla, la prende dal suo pacchetto e me la dà".
Ma quali sono i regali più desiderati oppure ritenuti "più belli" tra quelli ricevuti?
Per rendere leggibile un elenco molto lungo, ho provato - con l’aiuto di Fabio Naggi - a suddividerli in tipologie a seconda della loro destinazione; anche se è chiaro che poi ogni giocattolo ha una plurifunzionalità d’uso in mano al bambino che lo riceve.
In una prima categoria metterei i regali più scontati, quelli che riflettono — per così dire - "l’impero del marketing" (anche se in questa fascia d’età raramente vengono identificati con i nomi delle marche, come invece si verifica con i loro compagni più grandi). Nelle loro risposte i bambini parlano genericamente di "macchinine telecomandate", della " macchina dei pompieri" (molto ambita), della "macchina di Tom e Yerry", di dinosauri, soldatini e fucili, mostri, play station, personaggi derivati dai cartoon televisivi come Spidermen, Ham Taro, l’Uomo Ragno, il Power Ranger, i Pokemon ; e poi di "Tania Magicascatola", "Sinfony", "Do-re-mi Tesoro mio", "Melody", ecc. E’ da segnalare il recente trionfale ingresso di Harry Potter, con una serie di gagdet che permettono l’accesso al suo mondo di magie: la sua divisa, la zucca ghiacciata "per fare gli esperimenti", gli ingredienti per costruire la sua città, la bacchetta magica, la scopa volante.
Numerose preferenze vanno a quei giocattoli che consentono una trasformazione (la metamorfosi, grande topos dell’immaginario infantile!): "lo scimmione che si trasforma in robot, un altro robot che si trasforma in missile" (Luigi, 4 anni e 3mesi, PZ); "il borsellino Do-Re-Mi , che è una bambina che si trasforma in strega"( Susanna, 4 anni, PZ); "un robot giocattolo che si trasforma in leone e in tanti altri animali (Federico, 6 anni, AL).
Ma anche il mostro che si limita ad essere se stesso ottiene molti consensi: per Gianni (7 anni, Al), il regalo più bello è stato quello di "un robot che si muoveva le braccia, era molto terrificante, aveva i denti aguzzi"; Sandro (6 anni, PZ) cita "un pupazzo di Frankestein"; Giorgio (5 anni e 1 mese, PZ) vorrebbe tanto "Mike, il pupazzo dei Monster che ha le mani sulla testa e dei piedi pure sulla testa, è una palla con un occhio solo, però è grande l’occhio e vede solo una cosa".
In vetta alle preferenze delle bambine resiste naturalmente la Barbie, da non confondere con le bambole comuni, perché è una cosa a parte ("ho ricevuto una Barbie e una bambola", specifica Anna, 4, Pz). Di Barbie, com’è noto, esistono vari tipi: quelle più citate dalle bambine sono la Raperonzolo, la Sirenetta, la Fotografa, ciascuna delle quali comporta una serie di accessori che diventano oggetto di ardente desiderio: la tovaglia e il tovagliolo di Barbie, il suo pigiama, la sua macchina fotografica, il suo specchio…Molto desiderate anche le versioni più rutilanti, Barbie Schiaccianoci e Barbie Lago dei cigni: nessun riferimento specifico all’opera, solo lei trasformata in principessa (Ken in principe) nello scenario di foreste e palazzi incantati.
Però i testi delle bambine che abbiamo raccolto nella ricerca fanno riferimento anche a un nuovo tipo di bambola, la Bratz, o meglio le Bratz, al plurale, perché spesso vengono regalate in coppia o tre alla volta. Si tratta di un nuovo tipo di bambola, un po’ deforme, con una testa spropositatamente grande rispetto al corpo mingherlino, gli occhi sgranati.Una bambola postmoderna, che non si può dire bella nel senso tradizionale del termine, non vuole imitare un bambino vero, ma sembra quasi il personaggio caricaturato di un cartoon: non vuole suscitare istinti materni, ma è "destinata alle ragazze che amano la moda", e viene venduta insieme al suo guardaroba, che naturalmente cambia nelle diverse edizioni. Le Bratz, inizialmente destinate dalla produzione a bambine sui sette/otto anni, ora sono regalate a bambine di quattro/cinque, come quelle che hanno partecipato alla nostra ricerca: il fatto è che, come si è già largamente verificato nella letteratura infantile e nella produzione di spettacoli teatrali, anche nel settore dei giocattoli si assiste a una vistosa anticipazione dell’età dei destinatari.


La trottola

Spesso i giocattoli lanciati sul mercato diventano una forma d’identità e di reciproco riconoscimento. La comunità infantile si divide in due categorie nettamente distinte: chi ha già ricevuto un determinato regalo, e chi no, e naturalmente lo desidera. Il più significativo in questo senso è oggi il bey blade, la trottola, che è probabilmente l’omologo delle biglie di una volta Come le vecchie biglie, il bey blade consente lunghi allenamenti solitari e esibizioni di gruppo con sfide reciproche, gloriose vittorie, e scambi golosi. Ce n’è di vari tipi: il bey blade del Drago Azzurro, quello di Galeon, ecc. Chi ne possiede uno, vorrebbe avere anche gli altri, o ottenerli con uno scambio o magari vincerli in una gara ..
Il bey blade sta diventando quasi un fenomeno di costume. I bambini che ancora non lo possiedono lo chiedono insistentemente in regalo, "perché tutti gli altri ce l’hanno" e i genitori cercano di adeguarsi. E’ desiderato anche dalle femmine (sebbene in misura minore rispetto ai maschi) e qualcuno fa addirittura coincidere la propria felicità con il suo possesso : "Quando mia mamma mi ha comprato la trottolina, solo quella volta sono stato felice ( Antonio, 5 anni e mezzo, Pz).
"Il più bel regalo che ho avuto è il bey blade, perché si lancia con la cordina e quando gira veloce veloce divento campione dei bey blade, però se si scontrano le trottoline, si fermano e non vince nessuno" racconta Corrado (4 anni,PZ)
Le maestre annotano frammenti di conversazioni tra i bambini. Dice Rocco (3 anni e 10 mesi, PZ): "Mi piace il bey blade, io gioco co’Lucia (sorellina), il bey blade gira veloce e mi fa vincere. Quando ho fatto merenda scendo giù e ce l’hanno tutti i miei amici e giochiamo, però quelli so’ più grandi e vincono loro". Obietta Michele: "Sono venuto a casa tua e quella trottolina tu non ce l’avevi". Pronta replica di Rocco: "Mio papà me l’ha comprata dopo che tu non c’eri!"


Diventare grande

Crescere è bello. Molti bambini chiedono un regalo che sancisca i loro progressi verso il mondo dei grandi e insieme l’identità di ruolo: e il loro desiderio viene appagato da una tipologia di giocattoli che propongono una miniaturizzazione di oggetti peculiari al mondo adulto. C’è, tra i maschi, chi desidera "una betoniera, oppure un trattore piccoletti" (Roberto, 4 anni e 6 mesi, Jesi); oppure "una ruspa, perché mi posso mettere sopra e faccio quello che voglio io"(Giuseppe, 4 anni e 6 mesi,PZ); un altro vuole : "uno scavatore e attrezzi per aggiustare la casa quando si rompe"(Giovanni, 4 anni e 5 mesi, AL). Mauro (4 anni e 4 mesi, PZ) vuole "le legna vere, perché voglio costruire una scala. Però ho bisogno di un aiutante, io voglio Andrea (compagno di gruppo). Il signore del camion porta le legna e noi le prendiamo e ce le portiamo e costruiamo una scala".
A cinque anni si può sospirare per "un cellulare finto che ha i tasti e la musichetta"; o, meglio ancora, per un cellulare vero come quello di papà. E chi da grande vuol fare l’ entomologo, desidera gli attrezzi "per fare il dottore degli insetti, per osservare le zampine così piccole delle formichine e il pettinino rosso delle lucciole"(Valerio, 4 anni, PZ).E c’è chi, a cinque/sei anni, ha ricevuto in dono il gioco della dama e degli scacchi (oggetti da archeologia del balocco?)
Alla stessa età, affiora in più di un bambino il desiderio del computer e della stampante, sia tra i maschi che tra le femmine. E alcuni li hanno già ricevuto da Babbo Natale.
Sono importanti anche regali più piccoli, che però sono significativi del raggiungimento di una tappa nel processo di crescita: come un dentifricio, uno spazzolino e il bicchiere per bere e sputare (come fanno gli adulti); o una sedia arancione (simbolo di quella fase importante che è l’ingresso nella scuola elementare), oppure lo zainetto, che contraddistingue gli scolari "grandi" (Federica, 5anni e 4mesi, Jesi.)
Andrea (3 anni e 8mesi, PZ) si vanta con i compagni di aver ricevuto in regalo un costume da Zorro: questo sì è una cosa "da grandi"! Il costume precedente era da Puffo e un compagno di classe si veste ancora da Calimero. Zorro è un adulto, e come tale può maneggiare la spada e fare i duelli, Puffo è decisamente "da piccoli", Calimero poi è solo un pulcino, non può combattere, non ha nemmeno le mani per impugnare la spada! (Andrea mima il movimento delle ali e tutti i compagni lo imitano ridendo).
In genere, questo tipo di regali sancisce, insieme alla crescita, la differenza di genere : maschio/femmina. Solo in due casi abbiamo trovato dei doni "misti": una bimba ha ricevuto una barbie e una moto-giocattolo, un maschio ha avuto un calcetto e una bambola. Nella grande maggioranza dei casi risulta piuttosto che alle bambine si regalano giocattoli che indirizzano a un futuro ruolo di donne di casa: "la cucina, per preparare la cena a tutta la famiglia" (Franca, 4 anni, PZ) ; "lo stendipanni, un ferro da stiro con quella cosa lunga per mettere i vestiti sopra e poi si stirano"(Giulia, 4 anni, PZ). Un’altra bambina di 4 anni desidera "l’aspirapolvere vera, per aiutare la mamma nei servizi".
Una più ancora marcata direzionalità adulta è presente in quei regali che vogliono sottolineare l’aspetto seduttivo della femminilità. In questo campo, a che punto il desiderio dell’adulto incrocia il desiderio della bambina? quali condizionamenti sottendono questi regali che ribadiscono un ruolo?
A una bimba di 3 anni e 8 mesi viene regalato un lucidalabbra; a un’altra della stessa età "Nonna Teresa ha regalato gli orecchini coi brillanti, la borsetta, il giornalino dei trucchi e l’anello" (la borsetta, come le scarpe, sono uno dei più forti simboli d’identità femminile).
Per Giorgia, di poco più grande ( 5 anni e 6 mesi, Jesi,), " il regalo più bello (è stato quello) dei trucchi perché io sono molto ambiziosa, la mamma lo dice sempre". E’ più probabile che la bimba abbia incorporato il desiderio materno e vi corrisponde con docilità.
Ancora, bimbe tra i tre e i cinque anni sono destinatarie di doni come "la scatola con i trucchi, tutta rosa a forma di cuore", "una borsetta rosa con borsellino", "un vestitino rosa con tutti i pizzi lungo fino giù ai piedi", "un anellino d’oro", "un paio di collant, braccialetti anelli collane". La destinataria di quest’ultima congerie di ornamenti dichiara di aver gradito il tutto, ma ora — dice — vorrebbe una bella bicicletta. Una resistenza allo stereotipo?


La bicicletta

Parliamo dunque della bicicletta. Entra a buon diritto nella categoria degli oggetti che contraddistinguono la crescita, in quanto subentra al triciclo (per quanto anche il triciclo permetta trionfali performances, come rivela Stefano (4 anni, PZ):" Nonna Rosa mi ha regalato un triciclo con tre ruote blu e io sono andato sopra e ho pedalato e correvo forte e mi veniva dietro papà perché io andavo più veloce di papà")
La bicicletta vera segna un traguardo, la conquista dell’equilibrio, l’esperienza della velocità, la possibilità di socializzare. La bicicletta prefigura il volo. Consente l’esplorazione dello spazio al di là dei recinti domestici. E’ desiderata in ugual misura da maschi e femmine: in elenchi piuttosto fitti di regali, emerge spesso come regalo preferito (tra i cinque e i sei anni diventa una richiesta ricorrente) . Addomesticare l’oggetto, padroneggiarlo, dà un senso di onnipotenza: "Il regalo più bello è la bici, la faccio camminare e correre anche. E poi metto la mano sul freno e sta ferma" (Marco, 4 anni, PZ).
"Sono felice…quando vado a giocare davanti casa con la bici" (dichiara Matteo, 5 anni, Pz)
"Sono stata felice quando papà mi ha comprato una bici" (Francesca, 6 anni , Leinì).
"Quando ho conosciuto Fabrizio, l’amico mio che sta vicino a casa e abbiamo fatto amicizia…siamo andati in bicicletta insieme e siamo stati in piazza (Mauro, 4 anni e mezzo, PZ). Un disegno con fumetto illustra la sequenza emozionante dell’acquisto. Il bambino ha fatto la sua scelta: "Papi, voglio questa" (indicando una bicicletta). Il padre: "Sei sicuro?" Risposta: "Sì". Il padre: "Va bene". Reazione del bambino: "Evviva!"
In questa stessa categoria, inserirei anche quei giocattoli, che vengono citati con minor frequenza , ma che permettono comunque un movimento libero e veloce: anche i pattini, il monopattino, lo skateboard hanno i loro pregi.


Animali

Se andate in una giocattoleria, fatevi mostrare gli animali in commercio: sono bellissimi, accattivanti e, secondo gli impulsi del telecomando, possono reagire alle coccole abbaiando, miagolando o cantando. Costano un patrimonio. Sono perfetti, ma finti. Non-vivi. E invece il desiderio infantile si protende in direzione opposta, verso il rapporto con un animale vivo , con il Mana in esso contenuto come frammento di una energia vitale indifferenziata, l’animale/amico, l’animale fratello.
Dopo aver elencato una congerie di regali ricevuti, tra cui il telefonino, una moto, un beyblade, un orologio, ecc., Marianna di sei anni afferma: " Sono stata felice quando mia mamma mi ha portato il gattino". E fa un disegno in cui compare il gattino (giallo, a strisce come una piccola tigre) e lei che grida in fumetto: Evviva!
La bambina che ha avuto in dono ben due Bratz confessa : "Ma il cane vero mi piace di più".
Un’altra: "Il giorno più bello della mia vita è stato quando papà mi ha portato il cane".Il disegno in fumetto mostra lei che dice: "Che bello avere un cane!" (sei anni, ancora Leinì)
Le fa eco una bimba di Jesi: "Sono felice quando il cane mi fa le coccole".
Stefania (5 anni e 6 mesi, sempre di Jesi) racconta di aver ricevuto "un po’ di animaletti di plastica dura e due pesciolini veri. Erano trasparenti, bianchi e arancione. Erano un maschio e una femmina." Da notare la contrapposizione tra "la plastica dura" e la materia "bella" di cui sono fatti i pesci veri: l’ultima puntualizzazione sembra voler sottolineare la differenza che corre tra cose finte e cose vive .
E c’è chi desidera una donnola, o piuttosto un criceto. O anche un cavallo.
"Desidero tantissimo un cavallo, perché mio papà ha le stalle"(Antonio, 6 anni, Al)
Gloria, una bimba di cinque anni di Leinì va all’ippodromo e assiste a una corsa di "grandi cavalli".Si verifica un incidente:un cavaliere cade e rimane con il piede impigliato nelle staffe. La bambina prosegue il suo racconto, lasciando capire chiaramente che lei parteggia per il cavallo: "Hanno portato all’ospedale quel signore, il cavallo è stato libero e selvaggio e chiamato Spirit" . Il testo è accompagnato da un disegno efficacissimo del cavallo al galoppo che rivela un grande senso di osservazione : gocce di sudore gli cadono dal muso "perché lui sudava", la sua "zoccola" è sollevata nella corsa, la didascalia dice: "Spirit che correva e gli altri cavalli erano indietro, perché Spirit correva più veloce. Io ero felice, perché Spirit è il mio cavallo". Probabilmente la bimba possiede il cavallino di plastica dello stesso nome (che deriva da un cartoon): ma la felicità consiste nello scoprire l’animale vero, di cui il giocattolo non è che una modesta riproduzione.


Il sapore della felicità

C’è una volta in cui sei stato veramente felice?
Forse un adulto esiterebbe a rispondere a questa domanda: a noi la felicità appare come un’emozione estrema, collegabile solo a eventi straordinari. Per i bambini, la risposta, immediata e unanime è "sì". Sì, sono (sono stati) felici. Nella vita di ogni giorno. Grazie a piccoli, piccolissime cose. Per una serie di emozioni e di sensazioni che, irrompendo all’improvviso nella coscienza dell’io bambino, la accendono di gioia. Lievi, ineffabili paradisi in miniatura a portata di mano.
La felicità formato infantile è anzitutto relazione affettiva: con i genitori, con i fratelli, ma anche, se possibile, con una famiglia allargata che comprenda nonni, zii, cugini. Da tutte queste figure della costellazione famigliare possono provenire regali, certo: ma la felicità non coincide con il dono,il quale, come si è visto, è semmai solo uno strumento per mantenere e rafforzare la relazione. Invece, è nello "stare insieme" con la famiglia che consiste la felicità. E lo "stare insieme" si declina in una varietà di situazioni: condividere un gioco o una nuova esperienza, partecipare a una cerimonia, uscire per acquisti, fare un viaggio, assistere a uno spettacolo teatrale o di circo.
Irene (6 anni, PZ) è felice quando sta con le zie che le vogliono bene e con la mamma, in una appagante circolarità di affetti: "Sono veramente felice quando sto con loro e con mia madre, perché lei è felice di stare con me, con papà, con Elena e tutte le persone della nostra famiglia".
"Il giorno che mio fratello ha fatto la Prima Comunione ero felice, perché erano venuti gli zii, mia cugina appena nata, c’erano gli altri miei amici, io avevo un vestito elegante, bianco, che aveva pure lo scaldacuore" (Serena, 6 anni e 4 mesi, PZ).
Martino (4 anni, PZ) racconta la sua felicità per aver fatto un viaggio in Sicilia con i genitori, la sorellina, lo zio e la zia. "Siamo stati tutti felici,perché siamo stati un giorno, un altro giorno, un altro giorno, un altro giorno tutti insieme e poi pure a Potenza ero felice, perché ero ritornato dai miei nonni".
Luisa (5 anni, Leinì) è stata felice il giorno in cui è stata a fare una passeggiata in un boschetto insieme ai suoi genitori e al fratellino. Più che le parole, qui conta il disegno: la bambina si autorappresenta letteralmente sospesa tra papà e mamma, sostenuta dalle loro braccia: traduzione grafica dell’espressione "non toccar terra per la felicità". L’immagine è quella di una perfetta triade famigliare, in cui la bimba si colloca come in un trono.
Talvolta i bambini descrivono le situazioni in cui hanno percepito in modo più intenso la relazione con l’uno o con l’altro dei genitori o con i nonni: quando cioè sono stato oggetto di particolare considerazione da parte dell’adulto, che ha richiesto la loro collaborazione e ha ascoltato i loro consigli.
"Mi sento contento quando vado in campagna con nonno e lavoro la terra con la pala e la carriola e poi la terra la metto nelle piantine perché se no non nascono. E poi prendo la pompa e le annaffio e fanno alte e ci sono pure i fiori"(Sebastiano, 6 anni, Jesi).
"Sono stato felice quando papà mi ha portato a vedere l’autobus suo nuovo che gli serve perché deve andare a lavorare. Fa l’autista il mio papà e porta i bambini nel pulman a scuola e poi li va a prendere e li porta a casa. Il pulman è grigio e sopra c’è scritto De Vito che è il cognome mio e di papà e di nonno Nicola che si chiama come me"(Nicola, 5 anni, PZ).
"Ero contenta quando con mamma sono andata a passeggio e sono andata a comprare un vestito per mamma, gliel’ho scelto io. Per questo ero contenta" (Sara, 5 anni e tre mesi, PZ).
"Sono felice quando posso aiutare mio papà a lavare la macchina" (Enrico, 6 anni AL)
Franca, (quattro anni e 8 mesi, PZ) racconta che è stata felice quando i genitori l’hanno portata al supermercato e le hanno comprato un burro-cacao. La maestra le chiede perché mai era così felice: per un burro-cacao?! E la bambina: "Ero felice perché c’era anche papà con me e la mamma, è venuto anche papà a fare la spesa"(la situazione sembra eccezionale, in quanto il papà, come apprendiamo dalla maestra, di solito impegnatissimo nel suo lavoro, non ha molto tempo da dedicare alla famiglia).
Va all’Iperfutura anche Mattia, di quattro anni, a fare la spesa con la mamma..
Instaura trattative per un giocattolo (vorrebbe "un piccolo fucile per sparare ai cattivi"), ma la mamma tergiversa. Il bambino non se ne risente, sta sul carrello, partecipa agli acquisti. Finita la spesa, tornano a casa in macchina. A questo punto del racconto, emerge l’affermazione:"Io ero felice, perché la mamma mi voleva bene, io dicevo: "Mamma, mi vuoi bene? "E mamma diceva sempre: sì.sì,sì, ti voglio bene. E poi era notte e andavamo a dormire". Tutto qui. Pomeriggio di ordinaria felicità, che sfocia in una sensazione di pace: il sonno accanto alla mamma.
Un’ altra giornata di cristallina felicità è quella descritta da un bambino di cinque anni (Luigi, 5 anni, PZ). Non accade niente di straordinario: c’è un giardino, un albero piantato insieme al papà, una corsa in bicicletta, il passare quieto del tempo che alterna l’ombra alla luce e fa variare il colore del cielo. La percezione di un’armonia tra sé e il mondo.
"Nel mio giardino c’era un albero che era cresciuto, l’avevo piantato io con mio padre….Io ci mettevo l’acqua e papà la terra, papà se ne andava e io giocavo nel mio giardino con la mia bicicletta, e quando stavo giocando ero caduto e poi mi sono alzato nell’erba e poi andavo a casa perchè avevo sete …Poi ero andato nell’altro spazio dove c’era il sole…Poi è diventato quasi notte, e io volevo dormire perché avevo tanto sonno, vedevo che il cielo era di un colore diverso, allora andavo a casa a dormire con il mio Gigetto (il pupazzo preferito, che è un topo).
Anche la nascita di fratellini e sorelline è occasione di felicità. Molti disegni ritraggono l’autore o l’autrice con il neonato (la neonata) in braccio o mentre vanno a trovarlo all’ospedale subito dopo la nascita, con didascalie che esprimono gioia e senso di possesso (" io ci ho il fratellino").
Felicità può essere anche un gelato, da assaporare a occhi chiusi, come dice Giuseppe (4 anni e 2 mesi, PZ): "Quando mamma e papà erano al lavoro, io e nonno di Oppido abbiamo visto la pubblicità del gelato. Nonno ha chiamato a nonna e ha detto: "Ci vogliamo mangiare ‘sto gelato? Io ho chiuso gli occhi e nonno l’ha messo nel bicchiere e me lo so’ mangiato veloce veloce, perché faceva tanto caldo".
Ingrediente primario di felicità è il gioco. L’Io bambino si esprime giocando, nella pienezza di tutti i suoi attributi..
"Sono felice quando gioco"(Francesco, 6 anni, Leinì).
"Ero felice perché potevo giocare"(Angelo, 5 anni, AL).
"Sono felice quando gioco con la mia amica Marianna all’aperto, perché dentro casa non tanto mi piace stare, mentre fuori all’aperto ci sono più cose belle da vedere ..." ( Lucia, 5 anni e 10 mesi, PZ).

Felicità intensa del corpo in movimento, piacere di sperimentare il dondolio e la vertigine dell’altalena, di abbandonarsi all’ebbrezza della corsa, di incontrare gli amici: tutto questo è realizzabile nel parco giochi cittadino e ancora di più in quel luogo di superlative delizie che è la spiaggia. Moltissime risposte, moltissimi disegni vertono su questo tema. La gita domenicale o le vacanze estive al mare concentrano tutto ciò che si può desiderare: la vicinanza dei genitori, i giochi sulla sabbia, la possibilità di salire su scivoli e altalene, la beatitudine del contatto con l’acqua. La quintessenza del piacere, insomma.
"Sono stata felice quando sono andata al mare con i miei cugini e ho nuotato nel mare e ho fatto un tuffo come un delfino" ( Sara, 6 anni).
"Sono stato felice quando ho giocato a pallavolo con babbo e gli amichetti miei al mare"(Sergio, 4 anni e 9 mesi, Jesi)
Al mare si possono fare le prime prove di autonomia, o almeno fantasticarle: "Sono stata felice al mare. Si stava proprio bene nell’acqua, perché era bella tiepida e il sole era caldo e c’erano tanti scivoli piccoli e grandi. Io stavo bene da sola, perché non volevo che la mamma stava vicino a me perché io avevo quattro anni e potevo stare da sola…io voglio imparare a nuotare così non affondo. Se so nuotare vado senza niente e arrivo lontano e scendo fino a sotto a prendere le pietre del mare e le porto sopra, le faccio vedere a mamma, papà e Alice, e così giochiamo (Federica, 4 anni e 6 mesi, PZ).
Del mare, la piscina è il surrogato in formato ridotto. Ma basta sapersi accontentare: ed è già una gran cosa poterci andare con uno e entrambi i genitori. "Ero felice quando sono andato con papà a nuotare in piscina. Ci siamo divertiti tanto e abbiamo nuotato e abbiamo fatto le docce" (Edoardo, 4 anni e 10 mesi)
Ciò che colpisce, nei testi di alcuni bambini, è a felicità che accompagna le prime esperienze. Scoprire "per la prima volta" una montagna, un arcobaleno, una nevicata, ascoltare l’onda sonora di una banda che passa, sono altrettante folgoranti rivelazioni. La fenomenologia del reale dispiega all’Io bambino le sue meraviglie. Ogni evento si incide a livello percettivo con una vivezza straordinaria, suscita emozione e estasiato stupore.
"Sono stato felice la prima volta che ho visto una montagna : era un po’ bianca e un po’ azzurra. Era grande e io piccola piccola e sono rimasta giù guardarla, c’erano anche mamma e papà"(Federica, 4 anni, Pz).
"Sono stato felice la prima volta che sono andato in teleferica: con papà salivamo la montagna alta, alta e io ero nella cabina e mi sembrava di volare perché andavo in cielo e vedevo le montagne sotto." (Marco, 4 anni, Pz)
"Ero felice quando ho visto l’arcobaleno, vicino alla pozza di s.Cecilia, poi si è messo a piovere e siamo andati sotto l’albero. Ero con mamma e Martina. Ero felice, perchè mi piaceva l’arcobaleno. Poi è arrivato il sole, ha smesso di piovere e siamo andati a casa, però l’arcobaleno c’era ancora…" (Giorgio, 4 anni e mezzo, PZ).
"Una volta nevicava e io sono uscito fuori con mio fratello a palle di neve .Poi ho deciso di fare un pupazzo di neve e ero felice perché il pupazzo era venuto bello, tutti gli amici e pure Martina lo guardavano e dicevano: "bello, bello, bello" e io ero sempre più felice"(Maurizio, 5 anni e 8 mesi, PZ).
C’è una bellissima immagine del primo viaggio in treno di Dora (5 anni) quando lei vede il mare dal treno, e si sente felice perché - dice - le sembra di camminare sull’acqua. "Ma non era così, sotto c’erano i binari" confessa subito dopo.

Un giorno passa la banda dei vigili, ed è un brivido improvviso di felicità: "Io ho visto il balcone aperto, sono uscito e nonna Angela ha detto: mo’ passa la banda…ho sentito la banda, che suonavano Italia. C’era un tamburone e i tamburi…io ridevo perchè mi piaceva la canzone, e io e mia sorella ci davamo la mano"(Sergio, 5 anni, PZ) Nel disegno, sono le mani del bambino che suonano il tamburo.
Felicità è anche andare impavidi, insieme all’amico del cuore, a "cercare il lupo nel bosco della Grangia," e non importa se non lo si senza trova, perché è andato dentro la sua tana (Simone, 4 anni, PZ).
Ed è felicità anche la prima volta che si va al Mac Donald con amici e genitori a festeggiare il compleanno; e la prima volta che si va a Mirabilandia , e l’esperienza è particolarmente importante perché "io prima ero una sciocchina che non ci volevo andare perché pensavo che era pericoloso e avevo paura, poi invece mi sono fatta coraggio e sono andata"(Anna, 5 anni, Al).
Felicità è fare una gita con la maestra e conoscere da vicino il semaforo, così da poter fare una dettagliata descrizione del suo funzionamento. Il semaforo appare come il totem colorato del mondo della strada, il cui signore assoluto è il sindaco ("la strada del sindaco, aveva detto la maestra), forse simbolo di un mondo — quello degli adulti - che, con emozione e gioia, si va a conoscere.
Felicità è anche immaginare il proprio futuro di adulta, quando si potrà scegliere in piena autonomia: "Quando faccio grande, mi sento felice, perché sono grande. Quando sono grande mi devo andare a fare i capelli rossi, perché a me mi piace andare dalla parrucchiera.Io mi sento felice quando mi taglio i capelli. Quando vado dalla parrucchiera, la parrucchiera dice a mamma: Come glieli vogliamo fare i capelli a Cinzia? E la mamma dice:Glieli devi fare solo sfiorati, senza tagliarli. Io mi guardo allo specchio e aspetto che la parrucchiera mi finisce di tagliare i capelli. Lei sta molto attenta…Quando sono grande vado da sola dalla parrucchiera e gli dico: Me li fai rossi? E lei me li fa, e io mi guardo allo specchio e so’ felice, perché sto bene (Cinzia,4 anni e 9 mesi, PZ)

La felicità di Elio (4 anni e tre mesi, PZ) è qualcosa di confuso e insieme di intenso, un intreccio di sensazioni e di immagini in un tempo circolare che contiene presente e passato in un’unica dimensione:
"Io qui sono vivo, perché sono nato nella pancia di mamma. Poi ce ne siamo andati a casa di papà e quando ce ne siamo andati ci siamo fatti una bella passeggiata e siamo andati al posto mio, dove io sono vivo e sono felice. Siamo andati a comprare la sabbia magica e ci stavo giocando un po’ e poi mia mamma ci stava giocando anche lei e anche il mio papà. In questo posto ci sono le giostre con gli alberi finti che si accendono, la barca dei pirati, poi c’è un motore che fa girare le ruote e si accendono tutte le luci e i labirinti. Io sono felice perché sono nato lì, io volevo nascere lì, in un posto dove ci sono le luci, tutti i dinosauri, le macchine che fanno girare le ruote".
Penso che nella fiaba della "Bella addormentata" sono le fate madrine a portare i loro doni al battesimo della neonata. Dal testo di Elio noi non sappiamo chi siano le fate, siamo però davanti ai loro doni magici: la capacità di sentire la vita come una giostra e di provare felicità per la sua bellezza vertiginosa.
lElio sarebbe totalmente d’accordo con quello che dice un altro bambino un po’ più grande di lui, (Andrea, 7 anni, Jesi): "Sono felice quando sono nato".

Felicità, dunque, è "stare al mondo".Un mondo che si configura come offerta incessante di doni che suscitano stupore e emozione. E la felicità è molto più nell’essere che nell’avere.
La prima età — quella che "crede ancora a Babbo Natale" — possiede questa meravigliosa saggezza.
Che cosa accade, poi, perché il dono perda la sua sacralità e diventi baratto, la festa si degradi a mercato e il lucente stupore infantile si spenga nella noia adulta?


NOTE

(1) Guy Nicholas, citato da Marco Aime in " Da Mauss al MAUSS", introduzione a Marcel Mauss, "Saggio sul dono/forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche" , Einaudi, Torino 2002 (3° edizione),pag.VII

(2) Marco Aime, cit, pag.XIV

(3) Jean Starobinski, "A piene mani/dono fastoso e dono perverso", Einaudi, Torino 1955

(4) Per questo e per tutta l’argomentazione seguente, cfr. C.Levy- StrauC.LevY Strass, op. cit. pag 259.ss, "Babbo Natale suppliziato", in "Razza e Storia e altri studi di antropologia/ Le regole che condizionano il pensiero e la vita dell’uomo" Einaudi, Torino,1967, 5° edizione

(5) C.Levy Strauss, op.cit,pag.259

(6) C.Levy Strauss, cit, pag.264

(7) E’ quanto sostiene Brian Sutton-Smith, in "Nel paese dei balocchi"/i giocattoli come cultura , Edizioni La Meridiana, Bari 2002.


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