|
Maestra,
hai scritto tutto quello che ho detto?
di Maria
Rosaria Mortella
Insegnante della Scuola Comunale dellInfanzia
di Potenza
Maestra ho fatto un brutto sogno, ma proprio brutto
brutto -.
Valeria, cinque anni, ha gli occhi pieni di lacrime
e la voce rotta dai singhiozzi.
Le chiedo se me lo vuole raccontare, se lo vuole raccontare
ai suoi amici. Forse anche loro fanno dei brutti sogni.
Altri bambini del gruppo, nel frattempo, si sono avvicinati
e, allora, mi rivolgo anche a loro e domando se hanno
voglia di fare un gioco: raccontare il sogno più
spaventoso di tutti.
I bambini accettano subito la proposta, le bambine,
invece, non sembrano molto convinte ma si siedono
ugualmente in cerchio con noi, e Valeria racconta:
Io pensavo che avevo visto tutto un nero e avevo
visto una lingua rossa: era la lingua del lupo. Allora
il lupo mi ha visto e mi voleva mangiare. Io stavo
nel letto. Sentivo i rumori del lupo: tum tum tum.
Erano i passi e mi sono svegliata e lho visto:
era brutto, era tutto nero nero, con la pelle tutta
nera, gli occhi erano azzurri spaventosi, la bocca
era rossa tutta spaventosa con tutti i peli neri,
i denti erano tutti bianchi con i peli, anche la lingua
era rossa lunga e pelosa
Poi ho chiamato: Mammaaaaaaaaaaaa. Il lupo sè
spaventato e se nè andato.
Delia Come ha fatto a sparire subito?
Costantino Come ha fatto ad uscire dalla
porta?
Valeria Lui ha corso, è arrivato
alla porta e lha chiusa
Delia E non si sentiva il rumore?
Valeria Sì, si è sentito.
Delia E tua madre non lha preso?
Valeria Non ha fatto in tempo perché
era già scappato.
Delia Ma come ha fatto ad entrare? Se
cera mia madre, non entrava a casa.
Costantino Se cera mio padre,
lo ammazzava.
Delia Forse è entrato quando tu eri
sola a casa, tu non devi stare mai da sola così
il lupo non viene, se sei sola viene se non sei sola
non viene.
Valeria è molto attenta a rispondere alle domande
dei suoi compagni e ad ascoltare i consigli della
sua amica del cuore e non piange più. Fare
e rispondere a domande è una consuetudine in
tutte le nostre conversazioni, una strategia che aiuta
i bambini a mettere a confronto le proprie idee con
quelle degli altri, ad esporle nel modo più
comprensibile possibile e a riflettere sulle ipotesi
personali, scoprendo una realtà a volte insospettata,
vale a dire la possibilità che gli altri la
pensino in modo diverso, che ci siano altri punti
di vista, altri modi di vivere e sentire gli eventi.
Quando Valeria ha terminato di narrare la sua paurosa
esperienza altri bambini vogliono parlare dei loro
sogni. Alcune bambine, invece, preferiscono allontanarsi
per timore di essere ulteriormente spaventate: diranno
le loro storie in momenti più intimi e meno
carichi dansia.
La conversazione continua, i bambini si alternano
nei racconti, sinterrogano sulle cose che ascoltano,
si accorgono di condividere molte sensazioni e io
scrivo tutto, annoto anche le inflessioni della voce
e i momenti in cui le emozioni sono più intense.
Ai bambini piace molto che io scriva le cose che dicono,
spesso sono loro a portarmi carta e penna quando devono
rivelarmi qualcosa dimportante. Sono affascinati
dalla velocità della mia scrittura ed è
molto interessante osservarli quando parlano, a volte
rallentano il flusso delle parole e poi mi chiedono:
- Hai scritto tutto quello che ho detto?
Io rileggo la conversazione perché tutto sia
più chiaro, perché comprendano meglio
le informazioni che sono state presentate, perché
pensino e facciano domande su cose a cui prima non
avevano pensato, perché attribuiscano un significato
più organico e coerente alle idee che sono
state esposte ma, soprattutto, perché siano
sicuri di essere stati ascoltati e che quello che
hanno detto è proprio lì, parola per
parola, con una sua nuova forma che ci permette di
riprendere, rileggere e modificare gli avvenimenti
raccontati tutte le volte che vogliamo. In questo
modo anche il lupo di Valeria fa meno paura: ora che
è chiaramente descritto è anche facilmente
riconoscibile e sarà presto imprigionato nelle
pagine stampate del nostro libro dei racconti. Possiamo
chiuderlo in un cassetto o farne un personaggio, costruire
la sua tana, progettare delle trappole, disegnarlo
su un lucido ed ingrandirlo sulle pareti del laboratorio,
cercarlo nel bosco, sentire i suoi passi che si avvicinano
nel corridoio, sbattergli la porta in faccia o lasciare
che entri a giocare con noi e tante altre cose ancora,
saranno i bambini ad ipotizzare il seguito dei lavori
e, insieme, decideremo il piano delle attività.
Episodi di questo tipo, nella scuola dellinfanzia,
sono più frequenti di quanto si possa pensare.
I bambini parlano sempre del loro immaginario. Alcune
volte lesigenza è così forte,
come nel caso di Valeria, che essi non possono fare
a meno di raccontare; altre volte le emozioni sono
più velate eppure palpabili perché se
non sono le parole a rivelare saranno sicuramente
i disegni o i giochi o i dialoghi bisbigliati tra
compagni in luoghi appartati.
Limmaginario dei bambini è un mondo emotivamente
molto delicato, ha bisogno di rispetto per svelarsi
veramente, rispetto dei tempi personali, dei modi
espressivi di ciascuno, del punto di vista di chi
parla, delle emozioni celate. Bisogna entrarci in
punta di piedi, in silenzio e con ununica pretesa:
ascoltare.
Ascoltare non è unarte facile e non so
se si possa imparare attraverso lo studio di tecniche
specifiche. La mia capacità di ascoltare è
sicuramente cresciuta e migliorata negli anni attraverso
un laborioso e artigianale tirocinio. Laffascinante
scoperta del modo di pensare dei bambini e il contatto
costante con il loro mondo demozioni allo stato
puro mi hanno insegnato che non serve apparire: limmagine
esterna non ha senso se non corrisponde a quello che
siamo dentro. Io preferisco essere. Con i bambini
non si può che essere autentici perché
è quello che siamo veramente che loro capiscono
e riconoscono e che può aiutarli, durante il
cammino che faranno nella scuola dellinfanzia,
a scoprire la loro esclusiva autenticità. Per
questo è necessario che le esperienze scolastiche
si basino sul loro universo, sulla loro esperienza
spontanea, ed è importante che essi abbiano
la possibilità di muoversi, agire e raccontarsi
senza il timore di essere derisi o sottovalutati o
giudicati. Ascoltare è essere dalla loro parte
senza pregiudizi, con la curiosità di scoprire
come la pensano, come decodificano le situazioni del
quotidiano, che significato danno agli eventi, quali
sono le sensazioni che li spaventano, i desideri che
fanno parte delle aspettative più intime, le
risposte che si aspettano dagli adulti, le rassicurazioni
di cui hanno bisogno. Vuol dire capire anche quello
che è nascosto tra le righe delle loro storie,
guardare e sentire oltre le loro parole, porre domande
che chiariscano le idee di chi parla e di chi ascolta.
Vuol dire lasciarli liberi di scegliere e di proporre
sulla base degli interessi su cui si interrogano offrendo
loro la possibilità di fare le esperienze giuste
in un clima informale ricco di attenzione per i fattori
umani e i rapporti interpersonali.
In tale clima di coinvolgimento e partecipazione,
la fiducia nellaltro permette a ciascuno dessere
quello che è. Linsegnante non è
più così il depositario unico della
conoscenza, ma colei che restituisce il senso dellesperienza
creando collegamenti e connessioni fra le cose che
sa, le idee e le emozioni dei bambini e le cose nuove
che saranno scoperte. Linsegnante è un
partecipante attivo, un complice, e può, a
sua volta, suggerire strategie e modi dintervento.
È quello che è avvenuto quando abbiamo
proposto i questionari sulle varie ricerche dellOsservatorio
dellImmaginario a tutti i bambini della nostra
scuola. Siamo entrati nel loro immaginario cautamente,
senza mai forzare, perché eravamo noi a fare
domande. Ma il clima dellascolto era già
costruito, i bambini ci hanno parlato liberamente
di loro e, a volte, ho avuto la sensazione che mi
stessero informando di cose molto segrete perché
il loro tono di voce si abbassava e il loro viso si
avvicinava sempre più al mio. È stato
il caso di Cinzia che mi ha quasi sussurrato in un
orecchio il suo più grande desiderio: restare
piccola, anzi diventare ancora più piccola,
sempre più piccola, come una formica. La sua
mamma lavrebbe cercata dappertutto e poi lavrebbe
riconosciuta e avrebbe rifatto per lei tutti i vestiti
e lavrebbe nutrita con più cura per farla
crescere di nuovo.
Questo racconto mi ha molto colpito, mi sembrava che
Cinzia mi volesse dire che si sentiva quasi invisibile
agli occhi della sua mamma che in quel periodo era,
con qualche difficoltà, in attesa di un altro
bambino. Forse tornare ad essere piccola lavrebbe
riportata al centro delle sue attenzioni, e la mamma
si sarebbe dedicata solo a lei, era questo che lei
desiderava per continuare a crescere. Le sue immagini
non erano fantasticherie ma un tentativo di capire
meglio quello che stava vivendo, un modo magico e
misterioso di parlare di sé, che le dava loccasione
di raccontare cose che forse non avrebbe raccontato
mai e a me dava la possibilità di scoprire
linsospettata intensità delle sue emozioni.
Limmaginario aiuta ad interpretare il senso
delle esperienze che si vivono e a dare una spinta
per andare avanti. Cinzia, termina la sua storia con
uninversione di rotta, restare formica lavrebbe
messa di fronte a molti pericoli, avrebbe potuto essere
calpestata e uccisa così decide di mangiare
e crescere e di essere di nuovo visibile " così
non la schiacciano più".
Le emozioni infantili sono veramente molto profonde
e solo limmaginario può darci la chiave
per leggerle e scoprirle. Quando i bambini si raccontano
è come se improvvisamente diventassero consapevoli
delle sensazioni che li agitano e non si sentissero
più soli perché scoprono che il loro
vissuto fa parte anche di quello degli altri. La solitudine,
a volte, è veramente una trappola da cui è
difficile uscire fuori, ci sono dei bambini che si
sentono talmente soli da dire di non esserlo: - Io
non sono mai solo perché sono il capo -
mi ha detto Biagio mostrandomi il suo bellissimo ma
inquietante disegno. Gli ho chiesto che cosa avesse
disegnato:
E una trappola per i bambini. Entrano dalla
porta e si trovano nel buio. Possono andare sia a
destra che a sinistra. Se vanno a destra incontrano
la trappola dei ragni. Il ragno caccia una ragnatela
sui bambini e li intrappola e poi li butta su una
punta velenosa e li fa morire. Se i bambini vengono
da fuori c'è un muro di spine, il ragno li
vede e li succhia dal muro di spine e li porta nella
ragnatela. Se vai a sinistra incontri un ragno trasformato
che caccia le spine dalle unghie e ti ammazza. I ragni
sono i miei amici e le persone sono i miei nemici
perché mi vogliono uccidere perché io
sono cattivo perché una strega mi ha dato una
pozione e sono diventato cattivo, ma io sono più
forte di tutti, io sono il padrone del castello e
io uccido a loro
Di fronte ad un racconto di questo tipo, per di più
condiviso anche da alcuni bambini del gruppo, non
ho potuto fare a meno di pensare che limmaginario
dei bambini stia cambiando, è come se fosse
contaminato dalle immagini del virtuale e dei media.
Il personaggio del nemico è sempre più
presente nei loro racconti e non mi sembra proprio
unidea infantile. Il nemico non ha una fisionomia
precisa, non è come il lupo di Valeria con
i suoi tratti così facilmente identificabili,
è unentità, può essere
chiunque, dal compagno con cui si è litigato
a Bin Laden, dal ladro ai signori che stanno per
strada e parlano vicino al citofono, dai soldati
che fanno scoppiare le bombe allamico che non
ha gli stessi giochi o gli stessi interessi. Anche
il disegno di Biagio mi è sembrato uno schema
da video game, a volte mi sembra che anche lui sia
un personaggio da video game per come cammina e si
muove. Il problema è che per un bambino non
cè molta differenza tra virtuale e reale
e la proiezione nel quotidiano è immediata,
i nemici sono dappertutto e tutto ciò aumenta
la paura e, di conseguenza. laggressività.
Ho sempre pensato che la scuola abbia il compito di
offrire ai bambini unalternativa ai vissuti
personali e che entrare nel problema vuol dire cercare
la strada per risolverlo, così ho chiesto a
Biagio se voleva costruire una trappola per bambini
a scuola con i suoi compagni e insieme abbiamo progettato
come farla.
Abbiamo trasformato il nostro laboratorio in una grande
ragnatela. Ogni bambino ha portato da casa un gomitolo
di lana e lo ha srotolato attaccando il filo agli
appoggi disponibili. I fili si sono presto intrecciati
anche se ognuno cercava di non perdere di vista il
proprio. Il laboratorio è diventato una palestra
di gioco motorio davvero invidiabile, per entrarci
bisognava strisciare a terra e la sedia di Biagio
si è trovata irrimediabilmente legata a quella
di un compagno. Dopo un po, però, quello
che sembrava essere uno spazio motorio molto divertente,
si è trasformato in un contenitore demozioni.
Biagio ha cercato inutilmente di imprigionare i suoi
compagni perché nessuno di loro ha voluto fare
lo schiavo. A dir la verità avrebbero
voluto quasi tutti fare il capo, ma per fortuna le
bambine, che sembrano essere indenni dallinfluenza
dei video games, hanno cominciato a chiedere aiuto,
fingendo di annegare. Infilavano e sfilavano la testa
e le braccia fuori dalla rete dei fili mentre il resto
del corpo restava sotto la ragnatela e i giochi sono
completamente cambiati.
I bambini hanno usato per giorni la ragnatela "autointrappolandosi",
intessendo delle trame incredibili fra personaggi
che stavano per affogare ed altri che si organizzavano
per salvarli; hanno scelto i posti più intricati
per raccontarsi i loro segreti; hanno intrappolato
nei fili i loro mostri di gomma arrotolandogli attorno
una rete così fitta che soltanto le forbici
sono riuscite a tagliare; hanno intrappolato lo scarafaggio
di Nicola che mi ha detto fra le lacrime: - Se io
ero uno scarafaggio mi facevo male -; hanno nascosto
i loro messaggi damore in un angolo dove i disegni
di cuori e fiorellini, attaccati ai fili, si sprecavano
e anche Biagio ha ceduto: fra i messaggi cera
una sua lettera damore per Maria. È stato
molto triste per tutti noi, dopo quindici giorni,
tirar via quello che rimaneva dellormai impraticabile
ragnatela, alcuni bambini hanno voluto un po
del loro filo per conservarlo nel contenitore personale
autogestito, dove raccolgono di tutto, anche i messaggi
damore ormai non sono più segreti e Biagio,
purtroppo per lui, ha scoperto che Maria ama un altro.
Capita spesso che gli spazi della nostra scuola siano
trasformati in spazi dellimmaginario in cui
i bambini possano rappresentare simbolicamente le
loro idee, spazi usati liberamente, che diventano
grossi contenitori di dialoghi e di scambi dopinioni.
È successo con il gigante nascosto vicino agli
attaccapanni che aveva il compito di spaventare gli
adulti e di trasformarli in piccoli e che lasciava
tracce del suo passaggio attraverso le sagome ingrandite
dei piedi dei bambini che erano diventate le sue orme;
o con la stanza del buio, quando abbiamo tappezzato
i vetri delle finestre con fogli dipinti di nero per
non lasciare alla luce neanche uno spiraglio per entrare
e raccontavamo le nostre storie a lume di candela;
o con le lenzuola appese nella stanza, di fronte alle
finestre, dietro cui i bambini facevano i loro giochi
e aspettavano che il sole disegnasse larcobaleno.
Uno spazio dellimmaginario, costruito con i
bambini sulle idee che piacciono a loro dà
corpo allidea e gli permette di rielaborarla.
È uno spazio efficace fino a quando è
usato e trasformato e aiuta anche chi è più
timoroso a trovare il coraggio per prendere parte
ai giochi.
Per noi insegnanti limmaginario infantile è
un punto di partenza, abbiamo imparato che bloccare
la corrente dei sentimenti e delle emozioni significa
infrangere la libera crescita dei bambini. Anche le
attività progettate insieme con loro seguono
questa corrente, fanno parte di un percorso ricco
di tracce che sintrecciano, un percorso che
può essere sempre modificato perché
è in divenire e le situazioni cambiano e si
trasformano continuamente e da unidea nasce
unidea nuova e ogni immagine creata dà
vita a nuove immagini. È come un continuo flusso
dinterrogativi e di scoperte che ladulto
non può interrompere ma che può aiutare
ad evolversi creando le giuste condizioni perché
i bambini imparino, seguendo il loro naturale processo
di crescita, ad essere sempre più autonomi
nelle loro scelte, sempre più capaci di trovare
insieme le soluzioni ai problemi che si trovano di
fronte e, fiduciosi luno nellaltro, si
riconoscano amici che si sono incontrati e scoperti
attraverso la condivisione delle loro più intime
emozioni.
|