UN GHIRO, UNA BICI, UN LETTO DI NUVOLE
Regali e prestiti tra immaginario infantile e teatro
  A cura di Mafra Gagliardi e Fabio Naggi, Marsilio Editore, Venezia 2004
Indice
L'Osservatorio dell'Immaginario - F. Naggi
La cultura dell'infanzia: l'indagine <<regalo di compleanno>>
I giardini dell'immaginario - M. Gagliardi
Il dono, tra essere e avere - M. Gagliardi
Regali e merci - P. Landi
Il silenzio delle cose - P. Mastrocola
Compleanno a tutti i costi? - F. Antonioli
Maestra hai scritto tutto quello che ho detto? - M. R.. Mortella
Un carrello pieno di.... - E. Miglietti
La cultura per l'infanzia: l'esperienza del teatro ragazzi
Laboratorio teatrale e immaginario bambino: una scelta di campo - M. Bricco
Dai bambini ai bambini. Cronaca dell'allestimento dello spettacolo Tanti Auguri - S. Antonelli
Appendice
Tanti Auguri - S. Antonelli
Sul teatro di varietà - G. R. Morteo

Maestra, hai scritto tutto quello che ho detto?
di
Maria Rosaria Mortella
Insegnante della Scuola Comunale dell’Infanzia di Potenza


Maestra ho fatto un brutto sogno, ma proprio brutto brutto -.
Valeria, cinque anni, ha gli occhi pieni di lacrime e la voce rotta dai singhiozzi.
Le chiedo se me lo vuole raccontare, se lo vuole raccontare ai suoi amici. Forse anche loro fanno dei brutti sogni. Altri bambini del gruppo, nel frattempo, si sono avvicinati e, allora, mi rivolgo anche a loro e domando se hanno voglia di fare un gioco: raccontare il sogno più spaventoso di tutti.
I bambini accettano subito la proposta, le bambine, invece, non sembrano molto convinte ma si siedono ugualmente in cerchio con noi, e Valeria racconta:
Io pensavo che avevo visto tutto un nero e avevo visto una lingua rossa: era la lingua del lupo. Allora il lupo mi ha visto e mi voleva mangiare. Io stavo nel letto. Sentivo i rumori del lupo: tum tum tum. Erano i passi e mi sono svegliata e l’ho visto: era brutto, era tutto nero nero, con la pelle tutta nera, gli occhi erano azzurri spaventosi, la bocca era rossa tutta spaventosa con tutti i peli neri, i denti erano tutti bianchi con i peli, anche la lingua era rossa lunga e pelosa…
Poi ho chiamato: Mammaaaaaaaaaaaa. Il lupo s’è spaventato e se n’è andato.
Delia — Come ha fatto a sparire subito?
Costantino — Come ha fatto ad uscire dalla porta?
Valeria — Lui ha corso, è arrivato alla porta e l’ha chiusa
Delia — E non si sentiva il rumore?
Valeria — Sì, si è sentito.
Delia — E tua madre non l’ha preso?
Valeria — Non ha fatto in tempo perché era già scappato.
Delia — Ma come ha fatto ad entrare? Se c’era mia madre, non entrava a casa.
Costantino — Se c’era mio padre, lo ammazzava.
Delia — Forse è entrato quando tu eri sola a casa, tu non devi stare mai da sola così il lupo non viene, se sei sola viene se non sei sola non viene.
Valeria è molto attenta a rispondere alle domande dei suoi compagni e ad ascoltare i consigli della sua amica del cuore e non piange più. Fare e rispondere a domande è una consuetudine in tutte le nostre conversazioni, una strategia che aiuta i bambini a mettere a confronto le proprie idee con quelle degli altri, ad esporle nel modo più comprensibile possibile e a riflettere sulle ipotesi personali, scoprendo una realtà a volte insospettata, vale a dire la possibilità che gli altri la pensino in modo diverso, che ci siano altri punti di vista, altri modi di vivere e sentire gli eventi.
Quando Valeria ha terminato di narrare la sua paurosa esperienza altri bambini vogliono parlare dei loro sogni. Alcune bambine, invece, preferiscono allontanarsi per timore di essere ulteriormente spaventate: diranno le loro storie in momenti più intimi e meno carichi d’ansia.
La conversazione continua, i bambini si alternano nei racconti, s’interrogano sulle cose che ascoltano, si accorgono di condividere molte sensazioni e io scrivo tutto, annoto anche le inflessioni della voce e i momenti in cui le emozioni sono più intense. Ai bambini piace molto che io scriva le cose che dicono, spesso sono loro a portarmi carta e penna quando devono rivelarmi qualcosa d’importante. Sono affascinati dalla velocità della mia scrittura ed è molto interessante osservarli quando parlano, a volte rallentano il flusso delle parole e poi mi chiedono: - Hai scritto tutto quello che ho detto?
Io rileggo la conversazione perché tutto sia più chiaro, perché comprendano meglio le informazioni che sono state presentate, perché pensino e facciano domande su cose a cui prima non avevano pensato, perché attribuiscano un significato più organico e coerente alle idee che sono state esposte ma, soprattutto, perché siano sicuri di essere stati ascoltati e che quello che hanno detto è proprio lì, parola per parola, con una sua nuova forma che ci permette di riprendere, rileggere e modificare gli avvenimenti raccontati tutte le volte che vogliamo. In questo modo anche il lupo di Valeria fa meno paura: ora che è chiaramente descritto è anche facilmente riconoscibile e sarà presto imprigionato nelle pagine stampate del nostro libro dei racconti. Possiamo chiuderlo in un cassetto o farne un personaggio, costruire la sua tana, progettare delle trappole, disegnarlo su un lucido ed ingrandirlo sulle pareti del laboratorio, cercarlo nel bosco, sentire i suoi passi che si avvicinano nel corridoio, sbattergli la porta in faccia o lasciare che entri a giocare con noi e tante altre cose ancora, saranno i bambini ad ipotizzare il seguito dei lavori e, insieme, decideremo il piano delle attività.
Episodi di questo tipo, nella scuola dell’infanzia, sono più frequenti di quanto si possa pensare. I bambini parlano sempre del loro immaginario. Alcune volte l’esigenza è così forte, come nel caso di Valeria, che essi non possono fare a meno di raccontare; altre volte le emozioni sono più velate eppure palpabili perché se non sono le parole a rivelare saranno sicuramente i disegni o i giochi o i dialoghi bisbigliati tra compagni in luoghi appartati.
L’immaginario dei bambini è un mondo emotivamente molto delicato, ha bisogno di rispetto per svelarsi veramente, rispetto dei tempi personali, dei modi espressivi di ciascuno, del punto di vista di chi parla, delle emozioni celate. Bisogna entrarci in punta di piedi, in silenzio e con un’unica pretesa: ascoltare.
Ascoltare non è un’arte facile e non so se si possa imparare attraverso lo studio di tecniche specifiche. La mia capacità di ascoltare è sicuramente cresciuta e migliorata negli anni attraverso un laborioso e artigianale tirocinio. L’affascinante scoperta del modo di pensare dei bambini e il contatto costante con il loro mondo d’emozioni allo stato puro mi hanno insegnato che non serve apparire: l’immagine esterna non ha senso se non corrisponde a quello che siamo dentro. Io preferisco essere. Con i bambini non si può che essere autentici perché è quello che siamo veramente che loro capiscono e riconoscono e che può aiutarli, durante il cammino che faranno nella scuola dell’infanzia, a scoprire la loro esclusiva autenticità. Per questo è necessario che le esperienze scolastiche si basino sul loro universo, sulla loro esperienza spontanea, ed è importante che essi abbiano la possibilità di muoversi, agire e raccontarsi senza il timore di essere derisi o sottovalutati o giudicati. Ascoltare è essere dalla loro parte senza pregiudizi, con la curiosità di scoprire come la pensano, come decodificano le situazioni del quotidiano, che significato danno agli eventi, quali sono le sensazioni che li spaventano, i desideri che fanno parte delle aspettative più intime, le risposte che si aspettano dagli adulti, le rassicurazioni di cui hanno bisogno. Vuol dire capire anche quello che è nascosto tra le righe delle loro storie, guardare e sentire oltre le loro parole, porre domande che chiariscano le idee di chi parla e di chi ascolta. Vuol dire lasciarli liberi di scegliere e di proporre sulla base degli interessi su cui si interrogano offrendo loro la possibilità di fare le esperienze giuste in un clima informale ricco di attenzione per i fattori umani e i rapporti interpersonali.
In tale clima di coinvolgimento e partecipazione, la fiducia nell’altro permette a ciascuno d’essere quello che è. L’insegnante non è più così il depositario unico della conoscenza, ma colei che restituisce il senso dell’esperienza creando collegamenti e connessioni fra le cose che sa, le idee e le emozioni dei bambini e le cose nuove che saranno scoperte. L’insegnante è un partecipante attivo, un complice, e può, a sua volta, suggerire strategie e modi d’intervento.
È quello che è avvenuto quando abbiamo proposto i questionari sulle varie ricerche dell’Osservatorio dell’Immaginario a tutti i bambini della nostra scuola. Siamo entrati nel loro immaginario cautamente, senza mai forzare, perché eravamo noi a fare domande. Ma il clima dell’ascolto era già costruito, i bambini ci hanno parlato liberamente di loro e, a volte, ho avuto la sensazione che mi stessero informando di cose molto segrete perché il loro tono di voce si abbassava e il loro viso si avvicinava sempre più al mio. È stato il caso di Cinzia che mi ha quasi sussurrato in un orecchio il suo più grande desiderio: restare piccola, anzi diventare ancora più piccola, sempre più piccola, come una formica. La sua mamma l’avrebbe cercata dappertutto e poi l’avrebbe riconosciuta e avrebbe rifatto per lei tutti i vestiti e l’avrebbe nutrita con più cura per farla crescere di nuovo.
Questo racconto mi ha molto colpito, mi sembrava che Cinzia mi volesse dire che si sentiva quasi invisibile agli occhi della sua mamma che in quel periodo era, con qualche difficoltà, in attesa di un altro bambino. Forse tornare ad essere piccola l’avrebbe riportata al centro delle sue attenzioni, e la mamma si sarebbe dedicata solo a lei, era questo che lei desiderava per continuare a crescere. Le sue immagini non erano fantasticherie ma un tentativo di capire meglio quello che stava vivendo, un modo magico e misterioso di parlare di sé, che le dava l’occasione di raccontare cose che forse non avrebbe raccontato mai e a me dava la possibilità di scoprire l’insospettata intensità delle sue emozioni. L’immaginario aiuta ad interpretare il senso delle esperienze che si vivono e a dare una spinta per andare avanti. Cinzia, termina la sua storia con un’inversione di rotta, restare formica l’avrebbe messa di fronte a molti pericoli, avrebbe potuto essere calpestata e uccisa così decide di mangiare e crescere e di essere di nuovo visibile " così non la schiacciano più".
Le emozioni infantili sono veramente molto profonde e solo l’immaginario può darci la chiave per leggerle e scoprirle. Quando i bambini si raccontano è come se improvvisamente diventassero consapevoli delle sensazioni che li agitano e non si sentissero più soli perché scoprono che il loro vissuto fa parte anche di quello degli altri. La solitudine, a volte, è veramente una trappola da cui è difficile uscire fuori, ci sono dei bambini che si sentono talmente soli da dire di non esserlo: - Io non sono mai solo perché sono il capo - mi ha detto Biagio mostrandomi il suo bellissimo ma inquietante disegno. Gli ho chiesto che cosa avesse disegnato:
E’ una trappola per i bambini. Entrano dalla porta e si trovano nel buio. Possono andare sia a destra che a sinistra. Se vanno a destra incontrano la trappola dei ragni. Il ragno caccia una ragnatela sui bambini e li intrappola e poi li butta su una punta velenosa e li fa morire. Se i bambini vengono da fuori c'è un muro di spine, il ragno li vede e li succhia dal muro di spine e li porta nella ragnatela. Se vai a sinistra incontri un ragno trasformato che caccia le spine dalle unghie e ti ammazza. I ragni sono i miei amici e le persone sono i miei nemici perché mi vogliono uccidere perché io sono cattivo perché una strega mi ha dato una pozione e sono diventato cattivo, ma io sono più forte di tutti, io sono il padrone del castello e io uccido a loro
Di fronte ad un racconto di questo tipo, per di più condiviso anche da alcuni bambini del gruppo, non ho potuto fare a meno di pensare che l’immaginario dei bambini stia cambiando, è come se fosse contaminato dalle immagini del virtuale e dei media. Il personaggio del nemico è sempre più presente nei loro racconti e non mi sembra proprio un’idea infantile. Il nemico non ha una fisionomia precisa, non è come il lupo di Valeria con i suoi tratti così facilmente identificabili, è un’entità, può essere chiunque, dal compagno con cui si è litigato a Bin Laden, dal ladro ai signori che stanno per strada e parlano vicino al citofono, dai soldati che fanno scoppiare le bombe all’amico che non ha gli stessi giochi o gli stessi interessi. Anche il disegno di Biagio mi è sembrato uno schema da video game, a volte mi sembra che anche lui sia un personaggio da video game per come cammina e si muove. Il problema è che per un bambino non c’è molta differenza tra virtuale e reale e la proiezione nel quotidiano è immediata, i nemici sono dappertutto e tutto ciò aumenta la paura e, di conseguenza. l’aggressività. Ho sempre pensato che la scuola abbia il compito di offrire ai bambini un’alternativa ai vissuti personali e che entrare nel problema vuol dire cercare la strada per risolverlo, così ho chiesto a Biagio se voleva costruire una trappola per bambini a scuola con i suoi compagni e insieme abbiamo progettato come farla.
Abbiamo trasformato il nostro laboratorio in una grande ragnatela. Ogni bambino ha portato da casa un gomitolo di lana e lo ha srotolato attaccando il filo agli appoggi disponibili. I fili si sono presto intrecciati anche se ognuno cercava di non perdere di vista il proprio. Il laboratorio è diventato una palestra di gioco motorio davvero invidiabile, per entrarci bisognava strisciare a terra e la sedia di Biagio si è trovata irrimediabilmente legata a quella di un compagno. Dopo un po’, però, quello che sembrava essere uno spazio motorio molto divertente, si è trasformato in un contenitore d’emozioni. Biagio ha cercato inutilmente di imprigionare i suoi compagni perché nessuno di loro ha voluto fare lo schiavo. A dir la verità avrebbero voluto quasi tutti fare il capo, ma per fortuna le bambine, che sembrano essere indenni dall’influenza dei video games, hanno cominciato a chiedere aiuto, fingendo di annegare. Infilavano e sfilavano la testa e le braccia fuori dalla rete dei fili mentre il resto del corpo restava sotto la ragnatela e i giochi sono completamente cambiati.
I bambini hanno usato per giorni la ragnatela "autointrappolandosi", intessendo delle trame incredibili fra personaggi che stavano per affogare ed altri che si organizzavano per salvarli; hanno scelto i posti più intricati per raccontarsi i loro segreti; hanno intrappolato nei fili i loro mostri di gomma arrotolandogli attorno una rete così fitta che soltanto le forbici sono riuscite a tagliare; hanno intrappolato lo scarafaggio di Nicola che mi ha detto fra le lacrime: - Se io ero uno scarafaggio mi facevo male -; hanno nascosto i loro messaggi d’amore in un angolo dove i disegni di cuori e fiorellini, attaccati ai fili, si sprecavano e anche Biagio ha ceduto: fra i messaggi c’era una sua lettera d’amore per Maria. È stato molto triste per tutti noi, dopo quindici giorni, tirar via quello che rimaneva dell’ormai impraticabile ragnatela, alcuni bambini hanno voluto un po’ del loro filo per conservarlo nel contenitore personale autogestito, dove raccolgono di tutto, anche i messaggi d’amore ormai non sono più segreti e Biagio, purtroppo per lui, ha scoperto che Maria ama un altro.
Capita spesso che gli spazi della nostra scuola siano trasformati in spazi dell’immaginario in cui i bambini possano rappresentare simbolicamente le loro idee, spazi usati liberamente, che diventano grossi contenitori di dialoghi e di scambi d’opinioni. È successo con il gigante nascosto vicino agli attaccapanni che aveva il compito di spaventare gli adulti e di trasformarli in piccoli e che lasciava tracce del suo passaggio attraverso le sagome ingrandite dei piedi dei bambini che erano diventate le sue orme; o con la stanza del buio, quando abbiamo tappezzato i vetri delle finestre con fogli dipinti di nero per non lasciare alla luce neanche uno spiraglio per entrare e raccontavamo le nostre storie a lume di candela; o con le lenzuola appese nella stanza, di fronte alle finestre, dietro cui i bambini facevano i loro giochi e aspettavano che il sole disegnasse l’arcobaleno. Uno spazio dell’immaginario, costruito con i bambini sulle idee che piacciono a loro dà corpo all’idea e gli permette di rielaborarla. È uno spazio efficace fino a quando è usato e trasformato e aiuta anche chi è più timoroso a trovare il coraggio per prendere parte ai giochi.
Per noi insegnanti l’immaginario infantile è un punto di partenza, abbiamo imparato che bloccare la corrente dei sentimenti e delle emozioni significa infrangere la libera crescita dei bambini. Anche le attività progettate insieme con loro seguono questa corrente, fanno parte di un percorso ricco di tracce che s’intrecciano, un percorso che può essere sempre modificato perché è in divenire e le situazioni cambiano e si trasformano continuamente e da un’idea nasce un’idea nuova e ogni immagine creata dà vita a nuove immagini. È come un continuo flusso d’interrogativi e di scoperte che l’adulto non può interrompere ma che può aiutare ad evolversi creando le giuste condizioni perché i bambini imparino, seguendo il loro naturale processo di crescita, ad essere sempre più autonomi nelle loro scelte, sempre più capaci di trovare insieme le soluzioni ai problemi che si trovano di fronte e, fiduciosi l’uno nell’altro, si riconoscano amici che si sono incontrati e scoperti attraverso la condivisione delle loro più intime emozioni.


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