UN GHIRO, UNA BICI, UN LETTO DI NUVOLE
Regali e prestiti tra immaginario infantile e teatro
  A cura di Mafra Gagliardi e Fabio Naggi, Marsilio Editore, Venezia 2004
Indice
L'Osservatorio dell'Immaginario - F. Naggi
La cultura dell'infanzia: l'indagine <<regalo di compleanno>>
I giardini dell'immaginario - M. Gagliardi
Il dono, tra essere e avere - M. Gagliardi
Regali e merci - P. Landi
Il silenzio delle cose - P. Mastrocola
Compleanno a tutti i costi? - F. Antonioli
Maestra hai scritto tutto quello che ho detto? - M. R.. Mortella
Un carrello pieno di.... - E. Miglietti
La cultura per l'infanzia: l'esperienza del teatro ragazzi
Laboratorio teatrale e immaginario bambino: una scelta di campo - M. Bricco
Dai bambini ai bambini. Cronaca dell'allestimento dello spettacolo Tanti Auguri - S. Antonelli
Appendice
Tanti Auguri - S. Antonelli
Sul teatro di varietà - G. R. Morteo

Laboratorio teatrale e immaginario bambino: una scelta di campo
di Marco Bricco

Chi si confronta tutti i giorni, per lavoro o per esigenze di vita, con le nuove generazioni non può fare a meno di riflettere sulla natura dei bambini di oggi, sulle loro modalità di comportamento, sui loro desideri e sull’immaginario da cui essi derivano, su quella particolare alchimia di forza e fragilità che li contraddistingue.
Sappiamo tutti molto bene che ognuno è, in ogni caso, un individuo a sé. Ma è altrettanto evidente la presenza di linee e tendenze generali con le quali bisogna quotidianamente fare i conti, nella famiglia, nella scuola, nel sociale. Linee e tendenze a cui occorre dare voce e di fronte alle quali è sempre più urgente prestare la massima attenzione, in modo da accompagnare e sostenere la crescita dei bambini non solo sul piano cognitivo, ma anche sul piano emozionale. E forse soprattutto su questo piano, perché c’è da chiedersi se non sia proprio quella la dimensione dove appaiono più spesso confusi e smarriti.
Però, malgrado si parli da tempo e a più riprese dell’importanza, da parte degli adulti, di mettersi in ascolto del mondo dell’infanzia, spesso la realtà dei fatti sembra mostrare tendenze che vanno in ben altre direzioni. Le evidenti contraddizioni del mondo in cui viviamo contribuiscono a rendere assai più complessa la relazione tra grandi e piccoli. Ed i tempi del bambino finiscono, troppo spesso, per uniformarsi con grande difficoltà a quelli degli adulti.
Si parla di solitudine dell’infanzia, dell’importanza di dire tanto dei "sì" quanto dei "no", della necessità di momenti non organizzati da gestire in autonomia, così come di un tempo condiviso in cui la presenza sia presenza dedicata. Si parla del bambino e dei suoi bisogni. Di un bambino spesso ‘gonfio’ di esperienze e di saperi, veri o presunti che siano, che ottiene molto di ciò che vuole e a volte anche più di quello che desidera, ma che troppo spesso fatica a condividere le regole necessarie allo stare con gli altri, in un crescendo di relazioni conflittuali e di mancanza di ascolto reciproco, sia con i coetanei che con gli adulti. E verrebbe da dire che tutto questo non sia un caso, ma lo specchio più o meno fedele, più o meno deformato del mondo dei grandi.
Tutte queste riflessioni che, si badi, non vogliono assolutamente avere un sapore mestamente pessimistico verso il futuro, evocano però l’idea di un bambino con grandi vuoti sul piano affettivo-emozionale, nei quali troppo spesso si può leggere, con implacabile evidenza, una smisurata ed ormai ampiamente stratificata mancanza di coccole e contatto umano, che inevitabilmente si riverbera in una conflittualità più o meno evidente nei rapporti con se stessi e con gli altri. Ed è in particolare nella dimensione emotiva, con tutto il suo complesso percorso di sviluppo che intreccia la percezione di sé con la relazione con l’altro, lo spazio privato con lo spazio sociale, che il teatro può diventare, tra le tante possibili, un’esperienza assai preziosa per la crescita e la formazione dell’individuo. E probabilmente il senso profondo di tale esperienza va ricercato proprio nel complesso reticolo di comportamenti e di emozioni che, in modo o nell’altro, caratterizzano l’intricato dispiegarsi dei rapporti tra le persone, l’affannosa ricerca di relazioni umane concrete e reali.
Sappiamo tutti molto bene che stiamo vivendo in un tempo in cui il termine "contatto" si allontana sempre di più dall’evocare esperienze tattili fatte di coccole, abbracci, carezze, o comunque dal far riferimento ad una presenza sensorialmente ed emotivamente viva: in una parola si allontana da un’idea di vicinanza fisica. Esso rimanda piuttosto alla possibilità, ed alla capacità, di connettersi e di comunicare a distanza, in modo più o meno virtuale, tra SMS e navigazioni in rete.
Se sia un bene o un male, oppure un semplice segno di cambiamento, ce lo dirà il futuro, ma se torniamo in classe o in sezione, come non notare conflittualità crescenti e diminuzione della capacità di ascolto, come non notare solitudini e difficoltà di relazioni? Non sarà forse che questi bambini così pieni di stimoli e così ricchi di competenze, vere o presunte che siano, rischino poi di incespicare nel "contatto" con chi gli è vicino, sia esso adulto o coetaneo?
Perché mai allora continua ad essere sensato parlare di teatro e di laboratori teatrali?
Perché alla costruzione ed alla valorizzazione di quel "contatto" il teatro può dare un contributo prezioso, sia come strategia relazionale utile alla formazione del gruppo che come linguaggio attraverso il quale dare voce al gruppo stesso.
Lasciamo dunque il giusto spazio alla sensatezza del teatro e lasciamo che in questo spazio ci siano tempi, modi e proposte che partano dai bambini, che tengano conto della loro particolarissima teatralità e del loro profondo bisogno di vivere relazioni concrete. Lasciamo cioè che il teatro si proponga come voce "fisica" dell’infanzia, da accostare alle tante voci "virtuali" che sempre di più dominano il loro universo comunicativo. E lasciamo che il teatro incoraggi un atteggiamento attivo e concreto verso il mondo, che coltivi un’attenzione viva verso la realtà, un’attenzione che diventi palestra per un inesauribile allenamento alla creatività, per guardare oltre l’apparenza delle cose, per non smettere mai di reinventare ciò che ci circonda. E, infine, lasciamo che il teatro contribuisca a costruire un rapporto positivo con la vita, dando il suo apporto al percorso di crescita che i bambini stanno — spesso assai faticosamente — compiendo.
Certo è che a fronte di tali riflessioni occorre scegliere con attenzione la direzione verso cui muoversi. Il teatro, dunque, ma non un teatro qualsiasi.
Credo che il teatro a scuola, in particolare quando si parla della scuola di base, sia profondamente diverso da una scuola di teatro. L’idea di formare attori in erba o di proporsi come drammaturghi o registi di un’ipotetica compagnia teatrale di classe, organizzata secondo il modello di quelle professionali, sono convinto debba essere ben lontana dagli obiettivi perseguiti e dalle metodologie impiegate.
L’idea di fondo è ben diversa, è l’idea di un teatro che, entrando nella scuola o misurandosi con i bambini, sceglie di essere considerato prima di tutto come un linguaggio. Non un "teatro spettacolo", non un "teatro prodotto" da confezionare o, peggio ancora, già confezionato, ma un teatro comunicazione. Ed il termine "comunicazione" va qui inteso nel senso più ampio possibile, con tutto quello che si porta dietro sul piano cognitivo, riguardo alla capacità di utilizzare le regole di un determinato linguaggio, ma anche, e forse soprattutto, con tutti quegli aspetti che toccano la sfera affettivo-relazionale e riempiono di contenuti personali i propri messaggi. Come a dire che gli elementi base della grammatica del linguaggio teatrale vanno conosciuti innanzitutto per poter esprimere al più presto i propri discorsi.
Nel teatro le regole base della grammatica sono quelle che il bambino sperimenta istintivamente nei suoi giochi di finzione, opportunamente rivisti alla luce della presenza di qualcuno che lo guarda. Giochi legati, molto semplicemente, alla capacità di fare finta con se stessi e con ciò che ci circonda — sia esso un oggetto, uno spazio o altro — da soli e con una o più persone, che questa volta andranno sperimentati senza mai dimenticare la presenza di un pubblico, qualunque esso sia, e quindi la necessità di farsi vedere, di farsi sentire e di farsi capire. Ma tutto questo va usato quanto prima possibile per esprimere il proprio immaginario e la propria visione del mondo, i propri discorsi appunto. Ed in questo percorso il successivo sviluppo delle abilità e delle competenze teatrali servirà proprio ad affinare, passo dopo passo, la capacità di esprimere quei discorsi, recuperando, in questo modo, una delle funzioni originarie del teatro, quella di essere uno straordinario veicolo di comunicazione sociale aperto al contributo di tutti e, anche, alla portata di tutti.
La sfida, e insieme la scommessa, è quella di puntare sull’idea che proporre un’esperienza teatrale ai bambini significhi, prima di tutto, partire dal bambino stesso e dalla teatralità spontanea che è in grado di esprimere naturalmente. Una teatralità di natura istintiva che, grazie alla guida ed ai suggerimenti dell’adulto competente, potrà poi essere progressivamente valorizzata ed arricchita attraverso un uso consapevole della grammatica espressiva di cui il teatro è portatore, secondo un principio che consideri la tecnica al servizio dell’invenzione, le regole del linguaggio al servizio del senso del discorso. Un teatro, dunque, che scelga fino in fondo, a progetto, di essere a misura di bambino.
Questa prospettiva richiede al teatro una scelta precisa e, anche, coraggiosa: mettere in discussione se stesso rivedendo tutti gli elementi che lo caratterizzano alla luce del confronto con la sensibilità infantile e con il mondo della scuola o delle diverse agenzie educative. Non si tratta, evidentemente, di tradire la sua natura più profonda. Ma, semmai, di riscoprirla e poi partire da essa per interrogarsi su cosa significhi parlare di attore, testo, personaggio, spettacolo, spazio scenico, costume, musica, luce e così via quando si fa riferimento ad un teatro fatto dai bambini.
Questo, dunque, è il dato di partenza del lavoro. Un dato che, senza perdere di vista i modelli culturali a cui ognuno fa riferimento, sia in grado di porre il bambino e le sue potenzialità espressive al centro del discorso e, insieme, di suggerire i possibili percorsi per individuare un teatro capace di
ai bambini stessi. Una scelta di campo precisa che sposta l’attenzione dal teatro inteso come modello da imitare, alla persona che inventa il proprio teatro, partendo dalla particolare visione del mondo di cui è portatore. E questo significa appunto partire dall’approccio del bambino al gioco di finzione, dalle strategie che mette in atto, dal rapporto che riesce a creare con la realtà attraverso questo tipo di esperienza, dal piacere che prova, dal senso profondo e dallo spessore emotivo di ciò che vive. Quindi prima di tutto da quei giochi che i bambini ripetono ogni giorno in modo istintivo e naturale, quei giochi nei quali già si intravede, in modo più o meno marcato, la presenza del teatro.
Scegliere di operare in questa direzione significa prestare particolare attenzione a due aspetti che credo siano di grande importanza per il processo formativo di un individuo.
Il primo riguarda la necessità di stimolare i partecipanti alla scoperta ed alla valorizzazione delle proprie potenzialità espressive, intese come elementi di grande rilevanza nell’instaurarsi di un migliore rapporto con se stessi, con gli altri e con la realtà in cui si vive. Una componente, questa, che si accompagna ad un aumento della fiducia nella propria persona e, di conseguenza, si riverbera positivamente nelle dinamiche legate alla socializzazione ed all’accettazione dei propri coetanei. E parlare di teatro come esperienza utile al miglioramento della relazione significa mettere provvisoriamente da parte la sua identità di esclusivo evento spettacolare, per recuperare quel suo essere forma di espressione e comunicazione che, come detto, costituisce un elemento altrettanto importante della propria originaria natura.
E’ il suo essere linguaggio di tutti, ed alla portata di tutti, che già offre la misura di quanto il teatro giochi un ruolo importante nella relazione. In più, fondandosi sul meccanismo della finzione, il teatro spinge la comunicazione in uno spazio altro, diverso dal reale perché fantastico, apparentemente lontano ma inscindibilmente legato a chi è partecipe della finzione stessa, a chi si lascia condurre sul terreno della fascinazione. Nello spazio del teatro si può raccontare se stessi fingendo di parlare di altri; si può giocare con i propri vissuti, anche i più drammatici, essendo sostenuti dalla forza e dalla leggerezza del "far finta di"; si può partecipare con la propria naturale teatralità ad un’esperienza che è personale e collettiva allo stesso tempo.
La pratica del teatro dunque, quando si propone come metafora della vita e dei suoi conflitti, recupera la sua valenza catartica e può contribuire al superamento delle problematiche in atto suggerendo, nel contempo, interessanti sviluppi per ciò che riguarda la scoperta e l’affermazione di sé, il rapporto con i coetanei e con il mondo degli adulti ed il confronto con la diversità, sia essa legata a patologie di tipo fisico e psichico o a differenze culturali.
In più, i meccanismi del teatro e l’adesione al gioco della finzione, non solo permettono di parlarsi in modo diverso, ma mettono le persone sotto una nuova luce che ne valorizza i lati più nascosti, spesso imprevisti o addirittura sconosciuti, andando ben al di là dei ruoli ricoperti nella vita di ogni giorno. Così facendo si generano incontri che mettono in relazione non solo i diversi modi di leggere il quotidiano, ma anche l’immaginario di cui ognuno è portatore che, proprio nel gioco teatrale, può assumere forme sempre diverse ed originali. E su questo piano si rinnovano i contesti ed i confini nei quali conoscersi e ri-conoscersi, scoprirsi e ri-scoprirsi andando un po’ più in profondità o, più semplicemente, avventurandosi su strade spesso imprevedibili perché costruite grazie all’incontro tra le capacità inventive del singolo e quelle del gruppo.
Il secondo aspetto che va sottolineato è l’importanza di coltivare la sensibilità teatrale di ognuno come strumento per affinare l’attenzione verso il mondo che ci circonda, fatto di persone, di oggetti e di accadimenti quotidiani. Uno strumento che, se opportunamente coltivato, può certamente contribuire a creare un atteggiamento di ascolto in grado di stimolare, sia sul piano affettivo che su quello cognitivo e motorio, un diverso modo di osservare e di vivere la realtà, un modo che superi l’apparenza per muovere verso la profondità delle cose.

Nell’elaborazione dei progetti operativi, così come nella pratica di tutti i giorni, credo sia necessario non dimenticare mai tutte queste rifessioni.
Se il teatro si fonda su di una relazione tra persone, si deve fare tutto il possibile per incoraggiare il bambino ad essere la persona che, più di ogni altra, trae da tale relazione gli spunti migliori per la sua crescita, per misurarsi con se stesso e con il proprio immaginario, con il mondo dei coetanei e con quello degli adulti.
Proprio perché non credo nelle formulette "tutto compreso", ciò che occorre fare per raggiungere questi obiettivi andrebbe visto progetto per progetto. Ci sono però alcuni elementi da non dimenticare, perché anche e forse soprattutto da essi dipende quell’appartenenza di cui si è detto.
Innanzitutto la capacità di salvaguardare e, quando è il caso, difendere il senso dell’intera esperienza, perché non ci siano percorsi di laboratorio o spettacoli finali qualsiasi, ma scelte precise fatte a progetto tenendo nel massimo conto la natura dei bambini con i quali si andrà ad operare. E questo significa, in particolare, non perdere mai di vista quei bambini, il loro modo di pensare e di affrontare le cose, la loro visione del mondo e la loro capacità di interpretarlo con quel particolare metro di misura che appartiene all’infanzia.
Occorre in ogni momento accompagnare e sostenere le motivazioni di chi sta sperimentando un gioco che, se sfugge di mano, può facilmente diventare più grande di lui. Occorre, cioè, salvaguardare la semplicità di fondo dell’insieme, così come quella delle sue parti. Una semplicità che non diventi banalità, ma sia specchio del piccolo grande stupore che nasce dalle scoperte di ogni giorno, che appaiono forse minime per una visione adulta, ma che sono testimonianza diretta del progressivo disvelarsi della vita.
E’ attorno a questa naturale semplicità, strano miscuglio di istinto alla sopravvivenza ed inesauribile ansia di sperimentare e sperimentarsi, che va costruita ed articolata l’esperienza teatrale, in un percorso che dal quotidiano del gioco di finzione passi allo straordinario dell’esibizione davanti ad un pubblico senza perdere il piacere originario, senza che la necessità di farsi sentire, vedere e capire imbrigli le potenzialità, la forza e la ricchezza espressiva di ognuno, senza che le esigenze tecniche soffochino le capacità inventive.
In un certo senso è come se tutto si ribaltasse, quasi come se non dovesse essere il bambino a doversi adeguare al teatro, ma il teatro a doversi adeguare a lui. Tutto il teatro, pubblico compreso. Un pubblico che non dovrebbe tanto assistere ad uno spettacolo, ennesimo saggio più o meno noioso delle capacità dei propri figli, ma semmai essere disposto a condividere un pezzetto di vita sospeso, nel suo inevitabile mutare, tra il piacere del gioco e la forza del rito. Un ribaltamento che certo non tradisce l’essenza originaria del teatro, ma anzi la rende più viva perché, come diceva Luigi Pirandello, "Il teatro non è archeologia. […]. Perché l’opera d’arte, in teatro, non è più il lavoro di uno scrittore, che si può sempre del resto in altro modo salvaguardare, ma un atto di vita da creare, momento per momento, sulla scena, col concorso del pubblico, che deve bearsene."
Se questo è vero per la gente di teatro, lo è ancora di più per chi, come i bambini, compiono ogni giorno atti di vita nei loro giochi di finzione, diventando pubblico di se stessi e beandosi di quanto quei giochi aprano loro le porte della vita stessa. E chissà che gli adulti, a confronto con quei pezzetti di immaginario bambino che il gioco del teatro è capace di rivelare, non solo riescano a dialogare meglio con l’infanzia, ma traggano stimoli maggiori per percepire dimensione e profondità della cultura infantile. Una lezione utile a se stessi, magari per rimettersi in discussione nel presente e per non cessare di crescere. E’ quanto, sotto il profilo professionale, consentono le ricerche dell’Osservatorio dell’Immaginario e la stessa azione del laboratorio teatrale. Due strumenti i cui risultati di lavoro sono in grado di riverberarsi, con la necessaria dialettica, nella produzione di spettacoli e nell’ideazione di nuovi percorsi di animazione teatrale rivolti all’infanzia: perché anche i professionisti del teatro possano continuare a misurarsi ogni giorno, con l’incessante rinnovarsi del pensiero bambino.


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