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Laboratorio
teatrale e immaginario bambino: una scelta di campo
di Marco Bricco
Chi si confronta tutti i giorni, per lavoro o per
esigenze di vita, con le nuove generazioni non può
fare a meno di riflettere sulla natura dei bambini
di oggi, sulle loro modalità di comportamento,
sui loro desideri e sullimmaginario da cui essi
derivano, su quella particolare alchimia di forza
e fragilità che li contraddistingue.
Sappiamo tutti molto bene che ognuno è, in
ogni caso, un individuo a sé. Ma è altrettanto
evidente la presenza di linee e tendenze generali
con le quali bisogna quotidianamente fare i conti,
nella famiglia, nella scuola, nel sociale. Linee e
tendenze a cui occorre dare voce e di fronte alle
quali è sempre più urgente prestare
la massima attenzione, in modo da accompagnare e sostenere
la crescita dei bambini non solo sul piano cognitivo,
ma anche sul piano emozionale. E forse soprattutto
su questo piano, perché cè da
chiedersi se non sia proprio quella la dimensione
dove appaiono più spesso confusi e smarriti.
Però, malgrado si parli da tempo e a più
riprese dellimportanza, da parte degli adulti,
di mettersi in ascolto del mondo dellinfanzia,
spesso la realtà dei fatti sembra mostrare
tendenze che vanno in ben altre direzioni. Le evidenti
contraddizioni del mondo in cui viviamo contribuiscono
a rendere assai più complessa la relazione
tra grandi e piccoli. Ed i tempi del bambino finiscono,
troppo spesso, per uniformarsi con grande difficoltà
a quelli degli adulti.
Si parla di solitudine dellinfanzia, dellimportanza
di dire tanto dei "sì" quanto dei
"no", della necessità di momenti
non organizzati da gestire in autonomia, così
come di un tempo condiviso in cui la presenza
sia presenza dedicata. Si parla del bambino
e dei suoi bisogni. Di un bambino spesso gonfio
di esperienze e di saperi, veri o presunti che siano,
che ottiene molto di ciò che vuole e a volte
anche più di quello che desidera, ma che troppo
spesso fatica a condividere le regole necessarie allo
stare con gli altri, in un crescendo di relazioni
conflittuali e di mancanza di ascolto reciproco, sia
con i coetanei che con gli adulti. E verrebbe da dire
che tutto questo non sia un caso, ma lo specchio più
o meno fedele, più o meno deformato del mondo
dei grandi.
Tutte queste riflessioni che, si badi, non vogliono
assolutamente avere un sapore mestamente pessimistico
verso il futuro, evocano però lidea di
un bambino con grandi vuoti sul piano affettivo-emozionale,
nei quali troppo spesso si può leggere, con
implacabile evidenza, una smisurata ed ormai ampiamente
stratificata mancanza di coccole e contatto umano,
che inevitabilmente si riverbera in una conflittualità
più o meno evidente nei rapporti con se stessi
e con gli altri. Ed è in particolare nella
dimensione emotiva, con tutto il suo complesso percorso
di sviluppo che intreccia la percezione di sé
con la relazione con laltro, lo spazio privato
con lo spazio sociale, che il teatro può diventare,
tra le tante possibili, unesperienza assai preziosa
per la crescita e la formazione dellindividuo.
E probabilmente il senso profondo di tale esperienza
va ricercato proprio nel complesso reticolo di comportamenti
e di emozioni che, in modo o nellaltro, caratterizzano
lintricato dispiegarsi dei rapporti tra le persone,
laffannosa ricerca di relazioni umane concrete
e reali.
Sappiamo tutti molto bene che stiamo vivendo in un
tempo in cui il termine "contatto" si allontana
sempre di più dallevocare esperienze
tattili fatte di coccole, abbracci, carezze, o comunque
dal far riferimento ad una presenza sensorialmente
ed emotivamente viva: in una parola si allontana da
unidea di vicinanza fisica. Esso rimanda piuttosto
alla possibilità, ed alla capacità,
di connettersi e di comunicare a distanza, in modo
più o meno virtuale, tra SMS e navigazioni
in rete.
Se sia un bene o un male, oppure un semplice segno
di cambiamento, ce lo dirà il futuro, ma se
torniamo in classe o in sezione, come non notare conflittualità
crescenti e diminuzione della capacità di ascolto,
come non notare solitudini e difficoltà di
relazioni? Non sarà forse che questi bambini
così pieni di stimoli e così ricchi
di competenze, vere o presunte che siano, rischino
poi di incespicare nel "contatto" con chi
gli è vicino, sia esso adulto o coetaneo?
Perché mai allora continua ad essere sensato
parlare di teatro e di laboratori teatrali?
Perché alla costruzione ed alla valorizzazione
di quel "contatto" il teatro può
dare un contributo prezioso, sia come strategia
relazionale utile alla formazione del gruppo che
come linguaggio attraverso il quale dare voce
al gruppo stesso.
Lasciamo dunque il giusto spazio alla sensatezza del
teatro e lasciamo che in questo spazio ci siano tempi,
modi e proposte che partano dai bambini, che tengano
conto della loro particolarissima teatralità
e del loro profondo bisogno di vivere relazioni concrete.
Lasciamo cioè che il teatro si proponga come
voce "fisica" dellinfanzia, da accostare
alle tante voci "virtuali" che sempre di
più dominano il loro universo comunicativo.
E lasciamo che il teatro incoraggi un atteggiamento
attivo e concreto verso il mondo, che coltivi unattenzione
viva verso la realtà, unattenzione che
diventi palestra per un inesauribile allenamento alla
creatività, per guardare oltre lapparenza
delle cose, per non smettere mai di reinventare ciò
che ci circonda. E, infine, lasciamo che il teatro
contribuisca a costruire un rapporto positivo con
la vita, dando il suo apporto al percorso di crescita
che i bambini stanno spesso assai faticosamente
compiendo.
Certo è che a fronte di tali riflessioni occorre
scegliere con attenzione la direzione verso cui muoversi.
Il teatro, dunque, ma non un teatro qualsiasi.
Credo che il teatro a scuola, in particolare quando
si parla della scuola di base, sia profondamente diverso
da una scuola di teatro. Lidea di formare attori
in erba o di proporsi come drammaturghi o registi
di unipotetica compagnia teatrale di classe,
organizzata secondo il modello di quelle professionali,
sono convinto debba essere ben lontana dagli obiettivi
perseguiti e dalle metodologie impiegate.
Lidea di fondo è ben diversa, è
lidea di un teatro che, entrando nella scuola
o misurandosi con i bambini, sceglie di essere considerato
prima di tutto come un linguaggio. Non un "teatro
spettacolo", non un "teatro prodotto"
da confezionare o, peggio ancora, già confezionato,
ma un teatro comunicazione. Ed il termine "comunicazione"
va qui inteso nel senso più ampio possibile,
con tutto quello che si porta dietro sul piano cognitivo,
riguardo alla capacità di utilizzare le regole
di un determinato linguaggio, ma anche, e forse soprattutto,
con tutti quegli aspetti che toccano la sfera affettivo-relazionale
e riempiono di contenuti personali i propri messaggi.
Come a dire che gli elementi base della grammatica
del linguaggio teatrale vanno conosciuti innanzitutto
per poter esprimere al più presto i propri
discorsi.
Nel teatro le regole base della grammatica sono quelle
che il bambino sperimenta istintivamente nei suoi
giochi di finzione, opportunamente rivisti alla luce
della presenza di qualcuno che lo guarda. Giochi legati,
molto semplicemente, alla capacità di fare
finta con se stessi e con ciò che ci circonda
sia esso un oggetto, uno spazio o altro
da soli e con una o più persone, che questa
volta andranno sperimentati senza mai dimenticare
la presenza di un pubblico, qualunque esso sia, e
quindi la necessità di farsi vedere, di farsi
sentire e di farsi capire. Ma tutto questo va usato
quanto prima possibile per esprimere il proprio immaginario
e la propria visione del mondo, i propri discorsi
appunto. Ed in questo percorso il successivo sviluppo
delle abilità e delle competenze teatrali servirà
proprio ad affinare, passo dopo passo, la capacità
di esprimere quei discorsi, recuperando, in questo
modo, una delle funzioni originarie del teatro, quella
di essere uno straordinario veicolo di comunicazione
sociale aperto al contributo di tutti e, anche,
alla portata di tutti.
La sfida, e insieme la scommessa, è quella
di puntare sullidea che proporre unesperienza
teatrale ai bambini significhi, prima di tutto, partire
dal bambino stesso e dalla teatralità spontanea
che è in grado di esprimere naturalmente. Una
teatralità di natura istintiva che, grazie
alla guida ed ai suggerimenti delladulto competente,
potrà poi essere progressivamente valorizzata
ed arricchita attraverso un uso consapevole della
grammatica espressiva di cui il teatro è portatore,
secondo un principio che consideri la tecnica al servizio
dellinvenzione, le regole del linguaggio al
servizio del senso del discorso. Un teatro, dunque,
che scelga fino in fondo, a progetto, di essere a
misura di bambino.
Questa prospettiva richiede al teatro una scelta precisa
e, anche, coraggiosa: mettere in discussione se stesso
rivedendo tutti gli elementi che lo caratterizzano
alla luce del confronto con la sensibilità
infantile e con il mondo della scuola o delle diverse
agenzie educative. Non si tratta, evidentemente, di
tradire la sua natura più profonda. Ma, semmai,
di riscoprirla e poi partire da essa per interrogarsi
su cosa significhi parlare di attore, testo,
personaggio, spettacolo, spazio scenico,
costume, musica, luce e così
via quando si fa riferimento ad un teatro fatto dai
bambini.
Questo, dunque, è il dato di partenza del lavoro.
Un dato che, senza perdere di vista i modelli culturali
a cui ognuno fa riferimento, sia in grado di porre
il bambino e le sue potenzialità espressive
al centro del discorso e, insieme, di suggerire i
possibili percorsi per individuare un teatro capace
di
ai bambini stessi. Una scelta di campo precisa
che sposta lattenzione dal teatro inteso come
modello da imitare, alla persona che inventa il proprio
teatro, partendo dalla particolare visione del mondo
di cui è portatore. E questo significa appunto
partire dallapproccio del bambino al gioco di
finzione, dalle strategie che mette in atto, dal rapporto
che riesce a creare con la realtà attraverso
questo tipo di esperienza, dal piacere che prova,
dal senso profondo e dallo spessore emotivo di ciò
che vive. Quindi prima di tutto da quei giochi che
i bambini ripetono ogni giorno in modo istintivo e
naturale, quei giochi nei quali già si intravede,
in modo più o meno marcato, la presenza del
teatro.
Scegliere di operare in questa direzione significa
prestare particolare attenzione a due aspetti che
credo siano di grande importanza per il processo formativo
di un individuo.
Il primo riguarda la necessità di stimolare
i partecipanti alla scoperta ed alla valorizzazione
delle proprie potenzialità espressive, intese
come elementi di grande rilevanza nellinstaurarsi
di un migliore rapporto con se stessi, con gli altri
e con la realtà in cui si vive. Una componente,
questa, che si accompagna ad un aumento della fiducia
nella propria persona e, di conseguenza, si riverbera
positivamente nelle dinamiche legate alla socializzazione
ed allaccettazione dei propri coetanei. E parlare
di teatro come esperienza utile al miglioramento della
relazione significa mettere provvisoriamente da parte
la sua identità di esclusivo evento spettacolare,
per recuperare quel suo essere forma di espressione
e comunicazione che, come detto, costituisce un
elemento altrettanto importante della propria originaria
natura.
E il suo essere linguaggio di tutti, ed alla
portata di tutti, che già offre la misura di
quanto il teatro giochi un ruolo importante nella
relazione. In più, fondandosi sul meccanismo
della finzione, il teatro spinge la comunicazione
in uno spazio altro, diverso dal reale perché
fantastico, apparentemente lontano ma inscindibilmente
legato a chi è partecipe della finzione stessa,
a chi si lascia condurre sul terreno della fascinazione.
Nello spazio del teatro si può raccontare se
stessi fingendo di parlare di altri; si può
giocare con i propri vissuti, anche i più drammatici,
essendo sostenuti dalla forza e dalla leggerezza del
"far finta di"; si può partecipare
con la propria naturale teatralità ad unesperienza
che è personale e collettiva allo stesso tempo.
La pratica del teatro dunque, quando si propone come
metafora della vita e dei suoi conflitti, recupera
la sua valenza catartica e può contribuire
al superamento delle problematiche in atto suggerendo,
nel contempo, interessanti sviluppi per ciò
che riguarda la scoperta e laffermazione di
sé, il rapporto con i coetanei e con il mondo
degli adulti ed il confronto con la diversità,
sia essa legata a patologie di tipo fisico e psichico
o a differenze culturali.
In più, i meccanismi del teatro e ladesione
al gioco della finzione, non solo permettono di parlarsi
in modo diverso, ma mettono le persone sotto una nuova
luce che ne valorizza i lati più nascosti,
spesso imprevisti o addirittura sconosciuti, andando
ben al di là dei ruoli ricoperti nella vita
di ogni giorno. Così facendo si generano incontri
che mettono in relazione non solo i diversi modi di
leggere il quotidiano, ma anche limmaginario
di cui ognuno è portatore che, proprio nel
gioco teatrale, può assumere forme sempre diverse
ed originali. E su questo piano si rinnovano i contesti
ed i confini nei quali conoscersi e ri-conoscersi,
scoprirsi e ri-scoprirsi andando un po più
in profondità o, più semplicemente,
avventurandosi su strade spesso imprevedibili perché
costruite grazie allincontro tra le capacità
inventive del singolo e quelle del gruppo.
Il secondo aspetto che va sottolineato è limportanza
di coltivare la sensibilità teatrale di ognuno
come strumento per affinare lattenzione verso
il mondo che ci circonda, fatto di persone, di oggetti
e di accadimenti quotidiani. Uno strumento che, se
opportunamente coltivato, può certamente contribuire
a creare un atteggiamento di ascolto in grado di stimolare,
sia sul piano affettivo che su quello cognitivo e
motorio, un diverso modo di osservare e di vivere
la realtà, un modo che superi lapparenza
per muovere verso la profondità delle cose.
Nellelaborazione dei progetti operativi, così
come nella pratica di tutti i giorni, credo sia necessario
non dimenticare mai tutte queste rifessioni.
Se il teatro si fonda su di una relazione tra persone,
si deve fare tutto il possibile per incoraggiare il
bambino ad essere la persona che, più di ogni
altra, trae da tale relazione gli spunti migliori
per la sua crescita, per misurarsi con se stesso e
con il proprio immaginario, con il mondo dei coetanei
e con quello degli adulti.
Proprio perché non credo nelle formulette "tutto
compreso", ciò che occorre fare per raggiungere
questi obiettivi andrebbe visto progetto per progetto.
Ci sono però alcuni elementi da non dimenticare,
perché anche e forse soprattutto da essi dipende
quellappartenenza di cui si è detto.
Innanzitutto la capacità di salvaguardare e,
quando è il caso, difendere il senso
dellintera esperienza, perché non ci
siano percorsi di laboratorio o spettacoli finali
qualsiasi, ma scelte precise fatte a progetto tenendo
nel massimo conto la natura dei bambini con i quali
si andrà ad operare. E questo significa, in
particolare, non perdere mai di vista quei
bambini, il loro modo di pensare e di affrontare le
cose, la loro visione del mondo e la loro capacità
di interpretarlo con quel particolare metro di misura
che appartiene allinfanzia.
Occorre in ogni momento accompagnare e sostenere
le motivazioni di chi sta sperimentando un gioco
che, se sfugge di mano, può facilmente diventare
più grande di lui. Occorre, cioè, salvaguardare
la semplicità di fondo dellinsieme,
così come quella delle sue parti. Una semplicità
che non diventi banalità, ma sia specchio del
piccolo grande stupore che nasce dalle scoperte di
ogni giorno, che appaiono forse minime per una visione
adulta, ma che sono testimonianza diretta del progressivo
disvelarsi della vita.
E attorno a questa naturale semplicità,
strano miscuglio di istinto alla sopravvivenza ed
inesauribile ansia di sperimentare e sperimentarsi,
che va costruita ed articolata lesperienza teatrale,
in un percorso che dal quotidiano del gioco di finzione
passi allo straordinario dellesibizione davanti
ad un pubblico senza perdere il piacere originario,
senza che la necessità di farsi sentire, vedere
e capire imbrigli le potenzialità, la forza
e la ricchezza espressiva di ognuno, senza che le
esigenze tecniche soffochino le capacità inventive.
In un certo senso è come se tutto si ribaltasse,
quasi come se non dovesse essere il bambino a doversi
adeguare al teatro, ma il teatro a doversi adeguare
a lui. Tutto il teatro, pubblico compreso. Un pubblico
che non dovrebbe tanto assistere ad uno spettacolo,
ennesimo saggio più o meno noioso delle capacità
dei propri figli, ma semmai essere disposto a condividere
un pezzetto di vita sospeso, nel suo inevitabile mutare,
tra il piacere del gioco e la forza del rito. Un ribaltamento
che certo non tradisce lessenza originaria del
teatro, ma anzi la rende più viva perché,
come diceva Luigi Pirandello, "Il teatro non
è archeologia. [
]. Perché lopera
darte, in teatro, non è più il
lavoro di uno scrittore, che si può sempre
del resto in altro modo salvaguardare, ma un atto
di vita da creare, momento per momento, sulla scena,
col concorso del pubblico, che deve bearsene."
Se questo è vero per la gente di teatro, lo
è ancora di più per chi, come i bambini,
compiono ogni giorno atti di vita nei loro giochi
di finzione, diventando pubblico di se stessi e beandosi
di quanto quei giochi aprano loro le porte della vita
stessa. E chissà che gli adulti, a confronto
con quei pezzetti di immaginario bambino che il gioco
del teatro è capace di rivelare, non solo riescano
a dialogare meglio con linfanzia, ma traggano
stimoli maggiori per percepire dimensione e profondità
della cultura infantile. Una lezione utile a se stessi,
magari per rimettersi in discussione nel presente
e per non cessare di crescere. E quanto, sotto
il profilo professionale, consentono le ricerche dellOsservatorio
dellImmaginario e la stessa azione del laboratorio
teatrale. Due strumenti i cui risultati di lavoro
sono in grado di riverberarsi, con la necessaria dialettica,
nella produzione di spettacoli e nellideazione
di nuovi percorsi di animazione teatrale rivolti allinfanzia:
perché anche i professionisti del teatro possano
continuare a misurarsi ogni giorno, con lincessante
rinnovarsi del pensiero bambino.
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